Chi legge "esamini tutto, ma ritenga solo ciò che è giusto".

La mente non è un vessillo da riempire, ma un fuoco da accendere.

venerdì 20 gennaio 2012

IUS 47 - RITORNO A DEYA




''Col ricordo risvegli i sensi''.
Scandurra

''… ce l'hai presente il bumeranghe, sì, quello che usano l'australici? Beh, il suo baricentro si trova dove non c'è massa, al di fuori di esso: così è per lo spirito dell'uomo''.
Scandurra

''… gli atlantidi c'avevano una conoscenza tale
da illuminare a festa la Via Lattea, o da farla esplodere. È bene giungere così in alto? L'uomo saprà mai contentarsi del giusto?''.
Scandurra


Deya mi mancava. La città-labirinto, crocevia dell'universo dove il Grande Tempo scolpiva la materia, luogo di mille intrighi, di ordini oscuri e di luminosi esseri, rappresentava il centro della conoscenza. Deya, nome magico che mi risuonava dentro. Forse avrei rivisto Ranna. Quella tipa così distante, altera, nobile, mi affascinava.
Ci inoltrammo nel bosco. Ogni tanto Scandurra si soffermava a tastare un frutto per vedere se fosse maturo (deformazione professionale?); staccava un ramo a 'V' e lo imboscava nel cappottone; sfiorava un fiore a calice e palpeggiava il tronco di un albero; spianava col piede un piccolo 'montarozzo' di terra fresca. Insomma, aveva comunque qualcosa da fare e quello che faceva sembrava avere un senso, ben al di là delle apparenze. Conosceva ogni piazzola, sentiero, fosso che incontravamo. Un perfetto viaggiatore di mondi e universi, senza passaporto perché di casa dappertutto.

La temperatura si faceva più tiepida all'imbrunire. Gli odori erano forti e spade di luce rossoviola attraversavano le fronde e toccando terra sembravano continuare il loro viaggio altrove. A mala pena si intravedevano movimenti di animali – o chissà che altro – tra gli arbusti.

    - Caro Angelo, se non vi fossero due opposti non sarebbero possibili i campi di forza. 'Ste forze agiscono in parallelo per coesistere, altrimenti non potrebbe circolare l'energia, né scorrere le correnti luminose e tenebrose nel cosmo ed in ogni dimensione. Se vuoi scacciare il diavolo devi scaldare l'acqua santa col fuoco. Dappertutto le forze tendono ad equilibrarsi e ad annientarsi in specifici ritmi di aggregazione e disgregazione. Queste sono le leggi delle materie oscure. Tienile bene a mente, ti serviranno presto.
    - Scusami Scandurra, sono un po' confuso...
    - In fondo... tutto si riduce a una misurazione di forze.

Intanto mi indicò di sedermi ai piedi di una roccia grigionera che non sembrava così naturale, conficcata nel bel mezzo di un piccolo spiazzo. Un menhir messo lì non certo a caso, magari ad indicare un … campo di forza, appunto.

    - Ricevi in questo modo lo spirito del luogo. Un lasciapassare per essere accolto come amico. Non si entra a casa degli altri senza prima bussare.
    - Che genere di abitanti si trovano qui?
    - I senzacorpo... spettri... adesso seguirò le loro impronte spettrali per cercare un contatto.
    - Perché? Cosa ci debbono dire?
    - Sono io che devo informarli su certe cose.
    - Spettri dici, sono quindi anime di defunti?
    - No, sono antichi abitanti del posto legati a questo piano anche quando cambiano di stato. Spettri che mantengono un centro di coscienza sostenuto da un'energia quasi infinita. La loro vita continua senza per questo abbandonare il posto dove hanno vissuto prima.
    - Ma li posso vedere anche io?
    - Se c'hai core [coraggio]...

Ecco di nuovo una prova. Ogni passo, un incontro fatidico. Scandurra ad un certo momento prese dalla tasca del cappotto un pugno di terriccio giallastro, lo gettò per terra e si accovacciò. Premette le mani su quel composto. Era il suo rituale. Le mani aperte, parallele con le dita separate: segno ancestrale di quelli che erano in contatto con le ombre. Mani, ponti con l'aldilà. Mormorò una frase incomprensibile che produsse un effetto risonanza, poi si alzò e attese.

Mentre sostavo ai piedi del masso, mi venne in mente un episodio, uno dei tanti, in cui provai un'emozione travolgente. La primavera dell'anno scorso, Scandurra ci portò a noi dell'anonima, sul Monte Venere in prossimità del Lago di Vico, a pochi chilometri da Viterbo. Raggiungemmo una serie di grossi massi naturali (forse) vicini alla sommità; da lì potevamo ammirare quella magica terra al tramonto.

    - Questa è l'ora buona per vedere le porte del cosmo aprirsi in tutto il loro splendore. Mettetevi a cerchio e prendete le distanze a braccia aperte... come a scuola. Il cerchio chiama il punto che spinto con decisione mette in moto l'ingranaggio... è tutta una questione di misurazione di forze.

Così facemmo. Eravamo in quell'occasione in nove. Sei maschi e tre femmine, di età diverse ma tutti accomunati dallo stesso ardore. Sebbene fosse caldo, un venticello fresco ci colpì ad altezza collo. Un tuono profondo ci scosse, proveniva da est. Il cielo era sereno. Di seguito, un altro tuono più forte ancora ci raggiunse dalla stessa direzione. La terra sotto i nostri piedi tremò. Guardai un po' preoccupato i compagni e una sorta di tremore circolò fra noi. Cosa stava per succedere? Quale diavoleria ci serviva Scandurra?

  • Bene, ora possiamo ritornare alle nostre macchine – ci invitò Scandurra divertito.
  • Tutto qui? - fece Claudia.
Ci precedette il maestro con la sua andatura caracollante. Tra di noi ci scambiammo qualche commento di sorpresa mista a delusione. Raggiunte le tre automobili accostate ai bordi del sentiero montano, ci salutammo un po' interdetti e procedemmo lentamente sullo sterrato verso la provinciale. Quando, come apparso dal nulla, incrociammo un magnifico cavallo baio guidato da un cavaliere con tunica rossa e calzari, come nei film mitologici di Maciste ed Ursus. Sembrava una comparsa di Cinecittà.

  • Ma che girano un film? - feci io.
  • Boh? Mi sembra 'na carnevalata. Grande, grosso e cojone. A quell'età ancora si traveste da saettone [bamboccione giocherellone] – rispose Quintilio.

Il tizio sul cavallo si fermò dopo averci superato. Lo vedemmo dallo specchietto scendere da cavallo. Ci osservava con atteggiamento sorpreso.

  • È un atlantideo. Si chiama Rameter, un portaordini.
  • Chi è? Non ci canzonare maestro. Va bene che ci devi addestrare ma...

Scandurra fermò la sua 500 e così fecero gli altri al seguito. Uscimmo tutti. Il maestro si diresse verso quell'uomo. Distava da noi 15metri circa. Alto, muscoloso e dalla folta capigliatura legata dietro, parlottava sottovoce col nostro mentore. Ci chiedemmo se tutto questo fosse una presa in giro per metterci alla prova. Di cosa, poi. Il fruttarolo folle ritornò con fare truffaldino e si mise al volante dell'auto. Il baldo cavaliere rimontò a cavallo e proseguì la sua corsa. Raggiunto il Passamontagna, incrocio tra Viterbo e Ronciglione, ad uno di noi gli si accese la lampadina:

    - Ma avete notato che non c'è più l'asfalto stradale? Siamo passati su di una strada sterrata. Che fine ha fatto la provinciale?
    - Vedrai, durerà per poco. Se scendi verso città, a pochi decine di metri ritroverai la strada normale insieme al tempo normale – rispose ridacchiando Scandurra.
    - Vuoi dirci che abbiamo vissuto un'esperienza nel lontano passato dell'umanità?
    - No, abbiamo aperto una breccia nel Tempo e un mondo affiancato si è mostrato a noi.

Ci fermammo alla piazzola del Passamontagna. Non volevamo andar via da quel mondo antico. Ci rifiutavamo di imboccare la via per Viterbo. Avevamo paura di lasciarci alle spalle un'epoca spettacolare, dove gli atlantidi dominavano su quella terra che fu poi degli Etruschi (colonia rossa anch'essa). Con dovuto rispetto, mi rivolsi a Scandurra:

    - Maestro, cosa succederebbe se rimanessimo in questo mondo antidiluviano?
    - Dieci abitanti di qui dovrebbero passare nel ventesimo secolo e non sarebbe nemmeno risolto il problema... è complicato assai, ma soprattutto non è giusto. Abbiamo da fare delle cose importanti, non possiamo abbandonare un mondo agli sgoccioli. Non è per caso se state acquisendo le materie oscure, non lo dimenticate. Il fuoco va tenuto sempre acceso, soprattutto quando tutto si oscura intorno a noi.

Rientrammo tutti nelle nostre macchinette, abbacchiati e delusi, quando un qualcosa, un movimento improvviso dietro di noi ci fece girare la testa verso il lago. Un'aeronave immensa quanto lo specchio d'acqua dei Cimini, si alzò verso il cielo, si fermò a poche centinaia di metri dalla superfice del lago per cinque secondi, non di più, e poi sparì alla nostra vista in un lampo. Dal movimento dell'acqua capimmo che era decollata dal fondo del Lago di Vico. Magnifica nella sua complessità aerodinamica, non sembrava però extraterrestre. Non ci spiegammo perché, apparteneva comunque a questo mondo, magari di una grande civiltà: Atlantide, appunto.

Quintilio chiese spiegazioni al maestro:

    - Come mai fanno uso di cavalli e poi viaggiano in astronave? Oppure sono popoli diversi, dei regrediti insieme a dei supersviluppati?
    - Si può viaggiare a piedi o a cavallo e percorrere centinaia di chilometri in pochi minuti e navigare tra le stelle con lo stesso principio. L'importante è conoscere il mistero del tempo e dello spazio, il resto è un gioco da ragazzi.
    - Come mai gli atlantidi bazzicavano pure la Tuscia?
    - Qui fanno delle ottime frittate con gli strigoli. Le erbette di campo così, le trovi in poche parti del mondo... eh eh eh. Il territorio nostro è particolarmente prezioso. Da qui si viaggia che è una bellezza. È il posto più prossimo alla serie di mondi tangenti. Le botole sono ricettive e funzionali, che io sappia non ci sono stati incidenti di immersioni in varchi interdimensionali, fatta eccezione per non graditi ospiti. La terra che vi tiene è viva, porosa, mista di materia densa e tenue. Più in generale, i popoli si muovono per conoscere o per conquistare e a volte per entrambe le ragioni. E quando la terra sembra troppo piccola si punta verso le stelle e poi, beh e poi ti aspettano altri universi. Siamo viaggiatori nati, fino a quando non troviamo un bel posticino e con l'amore della nostra vita viviamo soddisfatti e in pace. È quello che auguro a tutti voi.

Nella conca del cielo ardeva il tuono. Tornammo sull'asfalto della strada Cimina a riveder la nostra amata cittadina, interscalo cosmico non segnalato sulle mappe. Giunti a Piazza del Comune, entrammo gongolanti al Bar Centrale. Era ora di cena e qualcuno di noi volle consumare un pasto adeguato, altri se ne tornarono a casa. Quei quattro avventori presenti al bar ci facevano tenerezza, perché ignari di quante cose immense e sublimi si nascondevano dietro le pieghe del tempo e dello spazio. Le esperienze mirabolanti non ci insuperbivano, anzi, ci sentivamo piccoletti di fronte all'infinito. Acquistavamo pian piano un respiro cosmico, una veduta più ampia e profonda della realtà. Emergevano bruciandosi, come in un'Opera al Nero, in tutta la loro inutilità le nostre miserie, le invidie, gli orgogli, le brame di possesso; prendevamo così le dovute distanze dalle cose comuni, senza rimpianti. Non ci sfiorava nemmeno l'idea di lucrare su quanto in nostro possesso. Possedere, che brutto verbo. La Vita andava vissuta senza frontiere e la gioia era nel vedere che ''tutto abbiamo in prestito'' e che ci aspetta qualcosa di diverso, di elevato, ben lontano da tutte le filosofie e scienze del mondo. Le fessure, o meglio, le brecce che Scandurra apportava alla struttura del reale, servivano a connetterci con le storie di altre civiltà, antichissime o in divenire. Crescevamo e in questo fermento qualcosa si risvegliava in noi. La memoria di ciò che eravamo, ben oltre quel sistema di significato chiamato 'cultura' che ci imprigionava. Ci diceva:

- Rinunciate senza sforzo a ciò che è conosciuto, usatelo solo là dove è necessario, siate abbandonati, lasciate ogni presa, ogni identificazione; solo così aperti, sinceri, seri e senza maschere, solo così i vincoli cadono e le ali si sciolgono libere, e noi si è librati in volo, senza lasciar tracce, senza ricompensa, liberi nel cielo che è il sacrale del mistero. Essere idonei a riceverlo è tutto: se in noi c'è l'ordine, l'armonia come nella stanza pulita, con le finestre aperte, allora il vento profumato dei diecimila fiori di Deya entra e tutto compenetra. Vivete in voi non come vi dico ora, vivete in voi come avvenimento nuovo, originale perché originario, che sia vostro non mio, che sia vostra scoperta. La realtà per ciascuno è l'esperienza viva, è la cosa appresa ora. Liberatevi dalla corrente del mondo che travolge tutti, donando senza ricompensa, amando senza ricerca del piacere. Si è vero uomo, maestro con la maestria del comprendere, con la maestria dell'agire, con la maestria che con l'amore è perpetua libera creazione.

Con Scandurra ci affacciavamo sull'ignoto ed esso era grande.

Mi destai dall'onda del ricordo, quando una leggera pressione mi colpì la faccia e la testa. Un senzacorpo si stava avvicinando velocemente verso di noi. Ma come diavolo potevo vedere uno spettro se non possedeva un corpo? Semplice, c'aveva comunque una forma. Una sagoma umanoide multicolore, cangiante che lasciava una scia di particelle luminose, come nei cartoni animati di Walt Disney. Pura elettricità mossa da una coscienza, forse un'anima allo stato puro, chissà. Alta tre metri, illuminava tutto il boschetto in cui ci eravamo accampati. Guardai preoccupato Scandurra. Lui chinò il capo in segno di rispetto e salutò allargando le braccia a croce. Lo stesso fece la sagoma elettrica, poi si girò velocemente verso di me. Scattai subito in piedi e salutai in tutta fretta. Ricambiò un po' seccata. Così mi sembrò.

  • Si chiama Ha LL Fast, nome che riproduce la sua frequenza vibratoria. Se la pronunci come si deve, lei ti sente ovunque tu sia. Vibrazioni subspettrali ovviamente, essendo spettri eh eh, che viaggiano tra le botole senza limiti né impedimenti.
  • È una donna? - feci io.
  • Mah, è difficile definirla così. Era comunque una bonazza quando c'aveva il corpo, ma alta com'era mi sentivo troppo ciuco [piccolo], adesso poi...
  • Perché, adesso sono repellente? - una voce bellissima, gentile, dai toni alti, provenne dalle parti di quell'essere elettrico.
  • No, no, anzi. Però cara mia, avevo difficoltà quando eri di ciccia, figurati adesso che pari un fulmine.

sabato 31 dicembre 2011

L'ANNO CHE VERRÀ




Le distanze vanno annullandosi e noi saremo costretti ad amplificare, dilatare la nostra mente verso una realtà plastica e ideazionale. Madreterra vive la ciclicità fin dalla sua fondazione, glaciazioni diluvi fuoco. E noi? Faremo ancora in tempo a capire che il Grande Tempo si è esaurito e con esso l'immagine orizzontale di noi stessi? Il 2 tornerà ad essere 1? Già la materia sta sconfinando verso una dimensione tangente; zolle di terra tracimano altrove; i nostri sogni stanno diventando veridici: tenui fili di collegamento col segnale cosmico, proveniente dal centro della Via Lattea. Ierofanie annunciano che i piani collidono e che l'inatteso dai più è giunto sul limitare dell'orizzonte degli eventi. Tempi della fine? Fine di un mondo? Apocalissi? Sì sì sì. Bagliori saettanti solcano i nostri cieli: saturniani e uranidi saranno finalmente parti interessate della Bilancia. Tutti saremo comunque attori di un rito di passaggio dalle proporzioni inusitate. Esperienze di confine apparterranno a chiunque vorrà sfidare l'oblio di un mondo massificato, riduzionista, inspessito dal suo precipitare nel deserto delle anime.

Dovremo imparare a dilatarci nel cosmo per ricaricarci di energia/lumen. Ripristinare il rito per chi vuole e può, della preghiera mattutina recitata dinnanzi al Sole, fonte di vita e di forza. Gli Assetati di Assoluto troveranno la sorgente celeste sgorgare dal Varco. Non ci saranno più figli e figliastri, privilegiati dello spirito e sterili uomini cavi. Ognuno avrà la possibilità di sviluppare quella particella incorruttibile messa lì, in quel punto meraviglioso e luogo segreto del corpo, dal Padre Celeste e per mezzo di essa, avverrà la rinascita occulta. L'anno che verrà sarà un anno breve. Passerà il 2012 in un battibaleno, grazie a tutti quelli che accompagneranno il travaglio della Madreterra. Il Vivente alimenterà la Vita e la morte diverrà una pallida ombra, ricordo sbiadito dei tempi andati.

È una questione di fede? No. La nostra fede è il ricordo di ciò che abbiamo dimenticato. E quando ci risveglieremo, una nuova alba dai mille colori inonderà le nostre esistenze.

sabato 10 dicembre 2011

IUS 46



«Il mondo vive di scintille di purezza; quando sono disseminate nel mondo e vengono poi raccolte, il mondo dell'impurità crolla su se stesso».
Jacob Taubes, La teologia politica di San Paolo, Adelphi, Milano 1997 (pagg. 31-32)

La pressione sul plesso solare fu tremenda. Persi alcune facoltà sensoriali. Anzi, subii l'effetto d'inversione di attese cinetiche. Vedevo in movimento ciò che ordinariamente e logicamente doveva restar fermo. Il pavimento, non so di cosa, girava e oscillava ad altalena ed io avvertivo la gravità schiacciarmi verso un asse ortogonale posto in fondo all'abisso. Poi un tavolaccio... ci stavo sopra ed ero nudo come un verme. Un freddo boia mi costrinse ad assumere la posizione fetale. Dove diavolo mi trovavo? Nella casa del diavolo, appunto. Il castello dell'Ombra. Di nuovo. Perché? Mi sarei dovuto dirigere verso la Luna. Perché? Cosa era successo? Un casino temporale?
La perversa cucina piena zeppa di laghi di sangue, era sempre la stessa. Terrifica. Darest Sharma! Sembrava che ci dovessi comunque fare i conti. In un modo o nell'altro. Mastro Fornari, Ranna, Scandurra, dove eravate? Avrò un altra occasione?

L'odore del sangue e il rumore degli insetti famelici, rappresentavano il simbolo di questo posto. La nudità mi creava non pochi problemi. Nella mia testa si agitava la speranza di risentire la voce sghignazzante del maestro che mi avrebbe di nuovo salvato. Ma i minuti passavano e non si vedeva via d'uscita. La luce che entrava dalla finestra era quella del tramonto. Provai – povero illuso! - a chiamare sottovoce Scandurra. Dall'esterno provenivano rumori di passi e di trascinamenti di cose o... di spuntini umani. Uscii dalla cucina e mi inoltrai con cautela lungo il corridoio. In punta di piedi, muro muro, raggiunsi una svolta verso sinistra. Altro corridoio e stessa situazione. Mi dovevo sbrigare: dicevo a me stesso ''pensa, Angelo, pensa''. Rammentai le regolette d'oro di Scandurra. Se spando il lumen, esso mi avrebbe aiutato a trovar la via di fuga innescando una serie di eventi utili a farmi uscire da questa trappola mortale. Il lumen contrasta efficacemente il kaos. Mi venne, però, l'ansia. Brutta cosa, l'ansia. La paura blocca ogni azione sovrana. Ebbi una sorta di crisi isterica. Non avevo più il controllo del respiro e della volontà. Lasciai andare il corpo verso la parete e scivolai lentamente a terra. Ansimai a tal punto da sentirmi soffocare. Il panico ebbe il sopravvento. Giocai male le carte a mia disposizione. Eppure riuscivo abbastanza bene a modulare il lumen, a direzionarlo, a metterlo nelle condizioni di evidenziare inghippi magici, a smolecolare larve e assorbire latenze psichiche mortali. Eppure, in quel momento fatidico, ero bloccato, un corpo morto senza reazioni, prigioniero nel posto più malefico di quello strano universo.

Lo stato penoso in cui versavo derivante dal ritorno malaugurato a Darest Sharma, pensai, forse era necessario per il mio percorso di risveglio. Tornare all'inferno, quando sembrava, invece, che i miei incontri-avventure-visioni fossero predominanti e liberatori della mia fase; ecco, ritrovarmi nella casa del diavolo – senza enfasi – riguardava una verifica, meglio, una prova da superare lunga la via iniziatica. Affrontare i mostri interiori fino alla loro distruzione, rappresenta il primo e decisivo passo dell'Opera al Nero. Già, ma avrà un termine la Nigredo?

Eppure l'esperienza sembrava interna/esterna. La paura mi paralizzava. Senza l'aiuto di Scandurra come avrei mai potuto fuggire? La botola del GRA interdimensionale, ma sarebbe bastata anche una di quelle transitorie, chi diavolo le avrebbe aperte? A proposito del diavolo...

- Sei sul limitare di una porta spalancata sull'abisso. Darest Sharma collega tutti gli inferni degli universi... ed è molto trafficata come potrai constatare nel giro che faremo. Non sarò il tuo Virgilio, eh eh, ma il padrone di casa in persona.

L'Ombra era dietro di me. Mi voltai con lentezza involontaria. Rattrappito come ero dal terrore non mi riuscì di fare più in fretta. Eccolo. Da brividi. Alto più di me di due spanne, intabardato da quella tunica argentea animata, sembrava sorridermi. Poi si girò e lo seguii verso una porta poco distante.

  • Lì troverai dei vestiti. Spero che siano adatti. Un attendente ti aspetterà fuori dal vestibolo e quando sarai pronto ti condurrà nella sala imperiale.
  • È stato lei a dirottarmi nel suo castello?
  • Il corpo umano... quest'ammasso di oscure energie e di proteine facilmente sublimabili... ma c'è la custodia.
  • La custodia? - ripetei sbalordito.
  • Sì, l'uovo-anima e visto che il tempo è una ruota essa può agganciarlo in ogni punto della circonferenza e viceversa. Ed ora sbrigati che fa freddo.

Si allontanò senza far rumore. Appena entrai trovai una stanza enorme che si illuminò automaticamente. C'era, appoggiata ad una parete, una panca e di fronte un guardaroba fornitissimo, funzionale e con un certo qual stile, scarpiere e tutto il necessario: fazzoletti, acqua di colonia, rasoi ecc.. Compresi dalla forma la funzione di questi oggetti anche se la foggia era alquanto bizzarra. Trovai un'enorme varietà di indumenti. Scelsi un paio di calzoni marroni di fustagno e un maglione a collo alto color senape, morbido e leggero. Stivaletti di pelle... di chi? Non ebbi problemi con le misure e finalmente mi sentii meglio, comodo e più sicuro. Non mi avevano mangiato, almeno.

Scandurra in più di un'occasione mi ha assicurato che in caso di estremo pericolo, avrebbero vegliato misteriose intelligenze soprannaturali. In ciò confido. Ogni religione tradizionale asserisce tale verità, ma se si escludono pochi fortunati o prescelti che ne hanno fatto esperienza diretta, il resto dell'umanità alle soglie del duemila deve ancora aggrapparsi alla fede. Leggo sul Giornale dei Misteri dell'approssimarsi di un'Età dell'Acquario, di psicotematiche, di messaggistica medianica che preannunciano grandi cambiamenti che riguarderanno tutti. Non ho motivo di dubitarne. So dell'esistenza di universi paralleli per esserci andato, di mondi abitati da esseri come noi o quasi, dagli intenti diversi ma in buona parte positivi, costruttivi, dotati di eccellenti qualità etico-morali. Tali premesse fanno ben sperare in un possibile contatto tra i mondi, in special modo noi di Madreterra con le altre civiltà stellari. Una rinnovata visione cosmica è necessaria, anzi, di vitale importanza per noi uomini del XX° secolo. Abbiamo dimenticata la nostra vera origine, senza per questo sottovalutare la responsabilità di una élite segreta che ha soppresso la conoscenza per dominare i popoli, sta di fatto che non possiamo rimanere ciechi e sordi e continuare a vivacchiare, senza orizzonti, privi di speranze e progetti. È tempo di cambiare. Sento forte in me l'esigenza di gridare ai quattro venti che esseri incredibili popolano i cieli, che da quando esiste il mondo ci fanno visita, e per comunicare con loro non ci vogliono requisiti speciali o raccomandazioni politiche. Sono disposto a donare all'umanità gli strumenti per accedere all'arcana struttura parallela: le botole scandurriane. La responsabilità già l'avverto. Il peso forse mi schiaccerà. E se alcuni ne facessero un uso improprio? Se i potenti che governano la Madreterra, prendessero con la violenza gli accessi interdimensionali? La storia ci insegna a dubitare di chi vuole decidere per gli altri. Tuttavia, certe conoscenze non possono rimanere nascoste e sottratte agli uomini per troppo tempo. L'energia dello spirito come un fiume carsico emerge all'improvviso, si incarna e spariglia i rapporti di forza. Forse l'era nuova porterà nuova libertà, lo spirito si riprenderà il posto rubato dalla cultura del profitto. Forse.

Mentre mi accingevo ad uscire dallo spogliatoio, una vibrazione sinistra risalì dal coccige fin su il cervelletto. Perché quella visione edulcorata dell'èra acquariana si scontra con una realtà complessa, bipolare, manichea. A margine del visibile, vive un mondo pieno di forze diaboliche, un mondo che possiede le proprie leggi e interferisce nelle esistenze umane. Una dimensione oscura confina e si mescola con la nostra e da essa provengono entità terrifiche, distruttive, capaci di entrare nell'uovo-anima di soggetti particolarmente predisposti, oppure di influenzare e indurre donne e uomini a compiere i più spregevoli misfatti. La nuova èra se deve giungere dovrà prima cimentarsi con un passato che non passa. Nulla è scontato, niente è già deciso.

L'attendente che mi aspettava non sembrava proprio un soldato. Aveva l'aspetto e il fare da prete, con un abito talare rosso lungo fino alle caviglie, il volto giovane da seminarista con un taglio di capelli 'all'Umberto'. Mi sorrise e arrossì, fece un cenno ad indicarmi di seguirlo. Così feci. Il suo passo spedito, nervoso mi obbligò quasi a correre. Attraversammo corridoi, pianerottoli, salimmo scale dai gradini antichi fino ad arrivare ad un enorme salone di stile medievale terrestre (forse il medioevo era uguale dappertutto?). Alle pareti vi erano agganciati spadoni, appese picche, appoggiati al muro scudi dai blasoni colorati con scene di guerra o con animali esotici. Vi faceva bella figura pure una testa di bestia a metà tra un leone e un cinghiale, forse trofeo di caccia. Un tavolo rettangolare 3 per 15 era posto al centro della sala ottagonale, dal soffitto altissimo. Insomma, la scena era tutto meno che strana. Un castello, semplicemente. Questa era la mia prima impressione. Il prete mi indicò una grossa seggiola legnometallo a capotavola. Lui si allontanò in tutta fretta. La luce filtrava attraverso il vetro colorato e disegnato di un finestrone a forma di losanga. Appoggiai le mani sul tavolo, era freddo e al tatto sembrava gommato. Intanto, la mia mente cominciava a viaggiare con le ipotesi. Cosa mi sarei dovuto aspettare? L'Ombra si sarebbe ricordato che ero un allievo del suo amico/nemico Scandurra? Cosa voleva da me e cosa avrei potuto dargli? Mi convinsi, comunque, che non mi avrebbe fatto del male. Mi sembrava l'unico dato certo. E poi, il maestro non mi avrebbe lasciato lì, in balia di persone ed eventi minacciosi. È un peccato morire da giovani quando sembra che la vita e l'universo si spalanchino davanti.

L'Ombra si faceva attendere.

  • Si vede solo ciò che già esiste nella mente. Quante cose sfuggono a causa di schemi... - Con tono sommesso mi fece sobbalzare dalla sedia.

Era dietro di me. Non riuscivo mai ad avvertirlo arrivare. Mi alzai e lo guardai da vicino. Il suo volto era scavato come quello di Edoardo De Filippo, ma con un ghigno persistente e dagli occhi piccoli, fessure terribili che ti scrutavano dentro. L'esperienza di stargli di fronte non era per niente salutare. Ricordai che Scandurra mi diceva di mettermi leggermente di traverso quando incontravo un potenziale nemico o uno sconosciuto.

  • Ottima tattica. Sei proprio un buon allievo di Scandurra.
  • Non deve offendersi, signore. Adotto semplici accorgimenti automaticamente.
  • Da tempo che non mi imbattevo in un inviato di quell'atlantideo. Per giunta un terrestre. La forza, quella vera del tuo maestro, è di non odiare nessuno, nemmeno i nemici più feroci e, ti assicuro, ce li ha a iosa! Ha uno spirito direi unico. Sembra sempre che si trovi per caso in ogni plaga degli universi, mangiando quelle cose oleose e dagli odori pungenti e trangugiando bevande fermentate... poi che fa? Risolve situazioni tra le più ingarbugliate ed evita pericoli immani con la stessa facilità con la quale addenda il pane unto che conserva sempre in quelle tasche infinite. È nato così. Un miracolo in carne ed ossa. È impossibile ucciderlo o ingannarlo. Forse solo se lo decide lui...

Lasciò quella frase in sospeso. Che voleva dire? Devo sottolineare che l'Ombra parlava un italiano con una inflessione mai sentita prima. È banale ciò che dico, lo so. Non riesco a spiegarmi bene quando devo descrivere fatti gente cose così estranee al nostro comune sentire. A volte sembrava uno di noi, altre un essere così lontano dalla nostra esperienza umana. Eppure, vi era qualcosa in lui che lo rendeva comune alla razza da cui provengo. Chi era realmente l'Ombra? Il diavolo così come è descritto dalle teologie? O un uomo che ha tradito l'umanità?

  • Come era il mondo prima delle tenebre? Lo sai, Angelo? La nostra schiatta ha una grande nostalgia, malata, degenerante. Soffriamo della mancanza di ciò che non abbiamo mai posseduto. Allora distruggiamo tutti i nodi divini che vi collegano ai cieli e rendono la vostra natura luminosa. Siamo malvagi? Oh no, questa è una categoria banale. È qualcosa di più blasfemo. Si agita in noi la volontà di far strage di ogni essere, creatura che abiti nei nove universi, per rimanere soli, non per sostituirci al Dio che conosci, ma per essere amati come unici figli rimasti, almeno per una unità di tempo. Non potrebbe altresì condannarci, sarebbe contro la sua legge. Farebbe risorgere ogni essere e creatura da noi uccisa, rendendo cento al posto di uno per ogni sofferenza e dolore patito dai suoi. Facciamo il male a fin di bene... Siamo in realtà costruttori di paradisi nel momento in cui distruggiamo tutti. Attori consumati nel teatro dell'infinito, a cui è toccato il ruolo più odiato ma pure necessario. La genialità dell'errore sta in questo. Assumere una identità contraria a tutto in modo da liberare dall'errore e dalla tentazione i più fragili, portando il carico più pesante del cosmo. Stiamo perdendo anima, gradualmente, inesorabilmente per questa opera immane. La paghiamo con dignità, consapevoli della fine.
  • Se ho capito bene, in fondo lavorate per il Creatore in un compito infame ma utile.
  • Gioco al rapace che si trastulla con la preda impotente e per rendere più interessante la caccia si traveste da suo simile. Seguimi che ti faccio vedere come la mente inganna e come brucia l'inferno. Lo promisi a Scandurra di trasmettere la conoscenza delle tenebre ad un eventuale apprendista. Sul sentiero si incontrano ostacoli inaspettati, ma solo in apparenza nuovi. Le forme cambiano spesso, il fuoco che le anima è sempre lo stesso.

Ci avvicinammo presso una porta rossa di ferro. Lui pronunciò bisbigliando alcune parole. Nell'occasione non utilizzò il mio idioma, ma una lingua lontana, dal suono arcaico.

Radenà zaril nardùk … assal denda magalat
anedàr liraz kudràn … lassa adned talagam

La portà però non si aprì, come invece mi aspettavo. Fu il pavimento a lastroni marroni ad allungarsi e tutto si fece più esteso. Le mura, il soffitto, le cose, si dilatarono o forse noi ci stavamo allontanando. Difficile a dirsi. Incominciai a preoccuparmi. L'Ombra si chinò e colpì terra con un pugno. La scena rallentò gradualmente fino a fermarsi. La porta rossa sembrò dischiudersi con uno scatto, come da un comando elettrico. Mi precedette e io non potei fare altro che seguirlo.

Per troppi secoli il potere di una minoranza ha negato l'accesso alla conoscenza; le chiese perdono terreno, la fede diviene un fatto sentimentale e le montagne non si spostano più. Certi libri di magia e occultismo, son giudicati fandonie per fessi e paranoici, ma anche il più misero e cialtronesco di questi racchiude una verità fondamentale, più di ogni testo di scienza accademica, più di ogni trattato sociologico e studio psicologico. L'analogia, ossia l'azione a distanza senza l'uso dei sensi e di mezzi ordinari, è la base della magia. Simboli e figure mitologiche sono schemi d'energia, porte che dischiudono saperi e cose di altri piani. Forze cosmiche ci mantengono in vita e sottili rapporti sussistono fra mondo corporeo e mondi incorporei. Se vogliamo riascoltare i cieli e la terra dobbiamo farci sempre più sottili, perdendo i metalli che compongono il nostro ego e fonderci con il soffio della vita, e vibrare nell’eco dell'antico suono. Se il mio cuore vibra in frequenze più alte ciò aziona un processo analogico nel cuore del mio prossimo. Se vibro evoco forze superiori. Ogni manualetto di magia pratica ci insegna queste semplici e decisive realtà. Ma quanti gli danno retta? Chi si mette con pazienza e costanza a far pratica?

Ho letto un libro dal titolo 'Ciclomanzia' che promette poteri paranormali attraverso gli esercizi di immaginazione guidata. Ho illustrato il contenuto a Scandurra: mi ha confermato la bontà delle tecniche ivi descritte, sebbene critica l'uso che l'autore indica. Alcuni credono di intercettare la possibilità di acquisire poteri e allora si impegnano fino allo spasimo per provare e riprovare tecniche: se l'intento è quello del profitto, sarà un fallimento. A nulla valgono le raccomandazioni di maghi e alchimisti. L'uomo moderno è desideroso di potenza, di capacità extraumane onde influenzare il prossimo per squallidi fini. Poco gliene verrà. Sarà un portatore di larve e di mestizia.

  • Non accendere la tua luce, se non vorrai esser sbranato dal mostro in perenne agguato – così mi ordinò il negromante.

Scandurra invece mi esorta a evocare il lumen per meglio vedere e attingere energia vitale. L'Ombra vuole ingannarmi o mi mette alla prova? Che cosa devo fare? È una tattica? E poi di che mostro parla? È una prova mentale?
Varcai la porta rossa e storzai, sussultai perché mi trovai di fronte ad una belva dal collo taurino e dalla testa di felino, il suo corpo tozzo e grigio era senza peli. Grosso come un vitellone, l'animale si trovava appollaiato su di un piedistallo cilindrico di roccia, posto in una grotta verde smeraldo grande come un garage. Emetteva un ringhio sfiatato, e si leccava il muso con una lingua rossastra. Ero ad un bivio: scegliere se usare il lumen o seguire il consiglio dell'Ombra, che tra l'altro era sparita. Optai per il lumen e la bestiaccia mi ruggì contro con tutto il suo fiato. Un puzzo orribile mi investì insieme alla saliva, che scoprii essere urticante. Il viso, il collo e le mani erano piene di bolle, dopo pochi secondi. Cercai di togliermela di dosso, invano. Mi bruciava tutto e mi grattai spasmodicamente. Cavolo! Forse aveva ragione il padrone di casa, non avrei dovuto esibire i documenti, cioè il mio potere luminoso. La bestia si lanciò su di me. Tremavo così tanto da dissociarmi. Era a pochi centimetri da me, ormai. Non riuscivo nemmeno a scartare di lato, la paura mi paralizzava. Temevo di non essere pronto di fronte ad un pericolo: attraiamo gli eventi secondo la nostra natura.

Un colpo a mano aperta colpì irrimediabilmente il bestione sul collo, schiattò per terra a pochi centimetri dai miei piedi. Scandurra allontanò con un calcione l'animale.

  • Non rimpiangere di non aver dato ascolto all'Ombra. Quello lì, se gli viene fatta bene, ti fotte. Tutto è prova dice lui... certo, ma ci sono pure le fregature, i frutti velenosi. Ovunque tu spanda il lumen, noi lo avvertiamo.

Abbracciai con tutti i sentimenti quell'uomo incredibile. Quando c'è bisogno, eccolo spuntare.

  • Allora non era un inganno mentale quella specie di leone?
  • Macché, era una bestia bastarda che se avesse potuto ti avrebbe sgranocchiato come un croccantino. Angelo mio, 'sto posto è diabolicamente satanico... non so se ti ho reso l'idea. Ora andiamocene, è meglio. Sarà per un altra volta la gita turistica.

Uscimmo dalla porta rossa verso il salone. Il mio maestro ruotò per alcuni secondi le dita della mano sinistra in senso orario, emise uno strano verso e poi corremmo via verso l'uscita. Ovviamente Scandurra aprì una botola transitoria, quelle di passaggio breve, che si trovava non so per quale magia accanto agli scudi poggiati al muro.

Vibrazione ronzio nausea antigravità... eccoci in un boschetto lussureggiante di piante fiori alberi dai più svariati colori. Scandurra mi consigliò di abbandonare gli abiti, se non volevo rischiare di essere seguito dall'Ombra.

  • Ha un naso eccezionale quell'essere. Ti sente anche se stai su di un altro pianeta. Dietro quel frattone ci sono degli abiti. Non sono italiani, certo, ma comunque svolgono bene il loro compito.
  • Va bene, vado e mi cambio.

Mi svestii in tutta fretta e aprii il sacco dove c'erano i nuovi abiti. Già, una calzamaglia verdastra e stretta, un giubbotto di pelle marrone e un paio di stivaletti dello stesso colore, morbidi. Sembravo un paesanotto medioevale vagante in un altra dimensione. Pazienza. Uscii dalla fratta ma di Scandurra nemmeno l'ombra. Si trovava penzolone sul ramo più grande di un albero vicino, tentava di prendere un grappolo di bacche arancioni.

  • Sono buone, sai? Dolcissime e ti daranno pure forza. È quello che ti serve.

Le staccò con forza e ridiscese con insolita agilità. Me le porse. In effetti erano buonissime, assomigliavano alle amarene. Le mangiai tutte con una certa ingordigia e come per incanto le bolle e il prurito sparirono in pochi secondi. Poi Scandurra sbottò in una risata senza freni.

  • Ma ti sei visto? Sembri un ballerino con le palle al fresco.
  • Mi hai rimediato una cosa assurda. E poi mi sfotti pure. Che devo fare. Qui dove trovo dei negozi di abbigliamento? - feci io un po' seccato.
  • Torniamo a Deya e ti porto in uno spaccio fornitissimo, dove puoi trova' 'gni cosa. Vestiti, cibarie, radioline, armi. Tutto quello che serve a dei viaggiatori come noi. Mi fanno credito, sai, sono un eroe nazionale. A Viterbo non conto una sega, in questo universo mi son fatto una posizione. Eh eh.
  • Quanto dista la città?
  • Se camminiamo senza fermarci, impiegheremo due giorni. Se faremo delle soste, meno di una giornata.
  • Come? Ma perché non usiamo la benedetta botola?
  • Ti perderesti il meglio. Non possiamo usare sempre la via breve, camminare è un'arte, si impara molto passando su sentieri mal frequentati. E poi, vuoi mettere i pericoli, i trabocchetti, gli oscuri dietro ogni fratta o grotta, zingari felici che spargono malinconia e ladri furbacchioni, pezzi di merda e abitanti dei regni intermedi. Se vuoi accujarti prendiamo il sottopasso cosmico, ma fidati, ci divertiremo per strada. Non temere, al limite sparisco e poi ricomparo.






domenica 4 dicembre 2011

I GRANDI DELLA STORIA RECENTE

LO ZAR DI TUTTE LE RUSSIE: C'È POCO DA SCHERZARE

LE IDEE CAMBIANO...E QUALI?

INVOCHIAMO SAN GIORGIO

DECLINO DI UN LEADER CHE SI CREDEVA UNTO DEL SIGNORE, MA GESÙ È UNICO. L'OCCASIONE MANCATA DELL'ITALIA

UN GIOCATTOLAIO CHE SI CREDEVA GENIO E VATE. SOLO UN MOZZICO DI MELA

MAI FIDARSI DEGLI ALEMANNI: VANNO TENUTI LONTANI DALLE FRONTIERE

UN MILITANTE CHE SI CREDE ARTISTA

UN ARTISTA CHE SI CREDE MILITANTE

UN PEZZO DELLO STATO

LA SOLITUDINE DELLA CATTOCOMUNISTA

LO STILE È L'UOMO: LA RIVOLUZIONE MANCATA

L'ODORE DEI SOLDI

ATTENTO ALLA KRYPTONITE: L'UOMO DEVE ESSERE SUPERATO


KENNEDY ERA SU DI UN ALTRO LIVELLO

NAPOLEONE ERA SU DI UN ALTRO LIVELLO

SQUADRA E COMPASSO PER RICOSTRUIRE L'ITALIA...

RITORNIAMO ALL'ESSENZA DEL VANGELO ETERNO, SUA SANTITÀ

FELINO SCANDURRIANO: IL GATTO DELLE SABINE

CHECCHÈ NE DICA IL CHE, LA RIVOLUZIONE È FALLITA. GRAZIE A DIO

martedì 8 novembre 2011

IL MULINO DELLE OMBRE



Una mattina estiva, Scandurra ed io ci recammo presso una vecchia masseria abbandonata, nelle vicinanze di Tuscania. Il caldo si faceva sempre più insistente e quel rettangolo ondulato di terra brulla, senza alberi nemmeno a pagarli, sembrava un suo alleato. Il maestro spinse il portone principale e questo cadde verso l'interno alzando un muro di polvere. Tossii e cercai di scuotermi con le mani. Il maestro rise divertito.
  • Che vizziaccio c'hai. Respiri quando non dovresti.
  • Ma cavolo, c'era bisogno di spingerla così forte quella cacchio di porta?
  • Impara ad aprirle. In qualsiasi modo. Anche a costo di usare la maniglia – e continuò a ridere sfacciatamente.
  • Vabbè, questa è un altra lezione?
  • No, è un consiglio.
Quel dialogo mi sembrava surreale. Comunque entrammo. Una grande cucina ci accolse con una imprevista ospitalità. Già, un'arietta fresca, insolita, ci diede un certo ristoro. Notai pure che le credenze di tipica foggia rurale, le seggiole, le cassapanche e il tavolo erano in ottimo stato. Chiesi subito a Scandurra il perché di questo paradosso. Fuori diroccata e dentro impeccabile.
  • Il nostro ospite ci tiene a tenerla pulita e ordinata. Ha così poche visite all'anno...
  • Ospite? Quale ospite vive qui dentro?
  • Eh, è una vecchia storia, ma te la racconterò in seguito. Ora statti zitto e aspetta.
Attesi che entrasse di lì a poco un vecchio barbone un po' matto. Non so perché, ma Scandurra aveva strani conoscenti, insospettabili. Da sovrani galattici a pezzenti stasciconi, piloti stellari e mercenari di altri universi. La varietà delle amicizie del mio maestro, spostava e di molto le convenzioni sociali, le classi, i rapporti tra persone. Era decisamente un uomo universale. Un po' matto anche lui.
Non ci avevo fatto caso subito, ma una grossa botola occupava la parte nord della cucina. Circolare e di ferro, aveva degli strani segni rossi incisi verso il suo centro. Chiesi, ovviamente, cosa significassero e lui, di nuovo, mi fece segno di tacere. In quell'attimo la botola si alzò, lentamente. Qualcuno la stava spingendo con fatica. Una mano piena di vene violacee si intravide controluce. Un vecchio, magrissimo e calvo, uscì e scatarrò per terra una poltiglia color tabacco (forse era proprio tabacco). Era alto e vestiva pantalonacci consumati di velluto marrone, camicia rossa e gilet nero. Il volto era scavato, naso aquilino, come suol dirsi. Si girò verso di noi che stavamo appoggiati al piano cottura centrale della cucina. Con un sorriso sdendato ci diede il benvenuto.
  • Vecchio bastardo, ti sei fatto vedè eh? Dove cacchio sei stato? Là pè quarche sprofondo della Via Lattea o cosa? - Il vecchio con voce catarrosa aprì le danze.
  • C'hai coraggio a parlà. Tiri l'anima coi denti, scatamarri come una bestia, puzzi che accoleri e mi cazzi pure? Ma nun ce l'hai l'acqua? Eppure il pozzo te funzionava 'na vorta.
  • Me cojoni, Scandù. Ce lo sai che me piace il vino, quello bbono rosso frizzantino. Lo compro da Peppe lo Stronzo, nun ti arricordi?
  • A seccaro', Peppe è morto negli anni trenta a Montefiascone.
  • Te credo, era 'no stronzo. E poi conservo diverse botti di sotto. La temperatura è quella regolare. Ma tu hai finito di fa' quei sughetti strani. Quelli, insomma, che te porteno via de qui?
  • C'è così tanto bisogno di viaggià su e giù.
  • Mah, io che te dico... sto me qui a fa' da custode e te dovessi dì... me so rotto le cojone. Chi viaggia de su chi de giù, chi se diverte e chi se arrazza. Io inchiodato quine. Tu me poi dà 'na mano. Tu ce l'hai 'sto potere.
  • Sì, è giunto il momento di liberarti da questo compito pesantissimo. Son venuto col mio apprendista, Angelo. È in gamba, sai?
  • Te credo. Salve Angiolè. Te credo che adè in gamba. A sta' con te c'è da diventà gojo [strano, un po' matto]. Ha viaggiato? Si è immerso?
  • Certo, è dei nostri ormai.
  • Eh bello mio, c'avrai tante avventure, sì sì, tante... ma le tribole dove le metti? Ah, scuseme, me chiamo... lo sai che nun me arricordo il nome... quello scritto su pel commune. Beh, che voi a furia de fa' il custode me so' rincojonito... un po'.
  • Digli il tuo soprannome, quello te lo ricordi per forza.
  • Sì, già... me chiameno tutti Meco il Chiavaro... no che hai capito?... non quello che... se c'ho due de pressione. Chiavaro perché costruisco le chiave e poi apro e chiudo le serrature delle porte. Il mio, sai, è un lavoro tosto. Di quelli indispensabili, che te credi? Da quine passano e vanno altrove i viaggiatori. Sì, quelli come voi, però diversi.
Feci per chiedergli ragione di quella curiosa affermazione contraddittoria. Scandurra mi anticipò.
  • Spiegati meglio, Meco.
  • Intendo quei viaggiatori di altri mondi, insomma, sì de Giove Martedì Deren...
  • E mercoledì... Ma Giove è disabitato da millenni come Marte. Meco, spiegati.
  • Sì, già, ce so' gente che sopravviveno a tutto. Passeno l'anne, le secole, le mille secole, è uguale. Passeno sempre. So' de Giove Martedì Deren...
  • L'hai già detto. Te ripeti Meco – fece Scandurra ridendo.
  • Eh sì, me so' rincojonito, ma sai sto sempre da solo che me so' rotto le cojone pure de parlà con me da solo. Ripeto ripeto chissà che c**** me ripeterò mai.
  • Non fa niente. Hai fatto un lavoro benedetto, un lavoro prezioso per tutti questi anni. Ora puoi tornartene a casa. Il Mulino delle Ombre lo chiudo, il suo compito è esaurito.
  • Oh sto in pensione... sì già e mo' che c**** faccio?
  • C'è un posticino con un buon clima per la tua artrite. Rand è una favola. Ti porterai le tue botti, ma ti consiglio di gustare pure il vinello locale.
  • Me ne hanno parlato … sì già venti anni fa uno che c'era stato. Però lì il vino è troppo aspro, lo voi mette col frizzantino mio che pija forza da 'sta terra da 'sto lago da 'st'aria. Qui sotto c'è il tufo. Lo voi mette?
  • Io te l'ho consigliato. Poi fa come te pare.
Si abbracciarono. Meco il Chiavaro portava con sé polvere anni ed esperienze incredibili. Una persona a suo modo simpatica e strana. Dal linguaggio pareva un grezzo uomo di campagna. Pareva.
Poi, il vecchio custode alzò un braccio e mi salutò.
  • Te lascio 'na cosa, Angiolè. Quando la viperà te mozzicherà, guardala nell'occhie e il suo veleno nun te farà gniente. E diglie: me manda Meco il Chiavaro, mica 'no stronzo.


Vidi i suoi occhi luccicare e trascinando i piedi sparì nella sua botola, richiudendola pesantemente dietro di sé.
Ci affrettammo ad uscire e non capii perché. Mentre ci allontanavamo, un forte rumore ci raggiunse. Mi girai e di quella vecchia casa rimasero pochi detriti e una colonna di polvere che man mano si disperse al vento.
Rispettai il silenzio di Scandurra. Ormai capivo al volo (o quasi) quando bisognava star zitti. Ritornando verso la strada sterrata dove avevamo accostato l'autovettura, notai che Scandurra era teso in volto. Raramente lo avevo visto così. Tacqui.
Di ritorno verso casa, Scandurra, forse per farmi uscire dall'imbarazzo dell'incomprensione, mi ragguagliò a modo suo.
  • Impara, Angelo, da questo incontro: un uomo semplicemente eccezionale come Meco, rimane al suo posto per decenni, quasi un secolo, a custodire un portale tra dimensioni. Come una sentinella di guardia alla polveriera. Lavoro pesante, frustrante, che da principio sembrerebbe interessante, ma che poi scopri difficile, pericoloso, schiacciante. Lui governa gli effetti magnetici e i morbi provenienti dalle fogne dei sottomondi che dai passaggi possono irrompere qui da noi, e quando non li può gestire con la macchina che c'ha, il Mulino delle Ombre, li assorbe su di sé per evitare pericolose interferenze ed epidemie. Ci si scorda che esistono persone che svolgono un lavoro prezioso ma nascosto, lontano dai riflettori. Come chi prega nella sua celletta da un monastero sperduto tra le montagne. Come chi ascolta le pene della gente e cerca di alleviarle. Come il padre di famiglia che torna a casa, stracco dal lavoro pesante e che riesce ancora a sorridere quando i figli gli si fanno incontro. Madri che accudiscono i propri figli malati e che magari soffrono in silenzio per non spaventarli e pregano un dio che non conoscono, ma che è accanto a loro. Santi senza altari. Donne e uomini grandi nella loro umiltà e modestia, vere colonne del firmamento. È destino dell'uomo. Le scelte più alte sono anche le più misconosciute. Forse è giusto così... chissà.
  • Scandurra mi stai insegnando l'umiltà, il senso di responsabilità che va oltre l'acquisizione di potere e conoscenza. Quello che facciamo, lo facciamo per gli altri. Però anche tu in molte occasioni hai operato come il Chiavaro. In certi contesti metapsichici, in presenza di entità spiriti fantasmi.
  • Io vedo queste cose da quando ho coscienza. Ti riferisci ai fenomeni spiritici a cui hai assistito le prime volte. Le presenze medianiche sono come i gusci rotti di una noce, i resti di uomini che hanno vissuto in questa incarnazione, in questa esperienza della Vita, una delle tante. Sono solo i loro resti, i resti della coscienza vitale, delle passioni del loro cuore, l’Anima è già libera e rinata in un altro stato. I gusci sono legati ai luoghi, casa lavoro paese. Una colpa che non si può dimenticare, un incidente improvviso, un grande dolore, odio, amore li agganciano alla dimensionae terrena. Bisogna ascoltare, guardare, allora tutto si dissolve in quel ciuffo di luce che si crea e i luoghi sono liberi. È una forma di giustizia, di liberazione, un lavoro che pochi possono o vogliono compiere ma che va compiuto.
  • È un compito importantissimo. Ma come fai tecnicamente, se me lo puoi dire?
  • Evoco, dò corpo alle presenze, a quei poveri resti, l'etere ne è pregno. Rilascio la mia energia vitale perché esse possano svelarsi completamente. È una piccola magia, ma che va fatta. I bambini, prima che li mandiamo a scuola, vedono il mondo in un unico flusso di eventi, alto basso e laterale. Oltre il tempo e lo spazio. Loro non dividono, non distinguono la differenza tra piani e così possono vedere i resti, ma anche gli esseri del sottomondo e del mondo mezzano. A volte ne sono impauriti, in altre occasioni fanno amicizia volentieri con quelle forme, quelle ombre. Mio compito è di assorbire i gusci e di impedire alle creature di sotto di spaventare i cuccioli d'uomo. Che vi sia una barriera tra questi livelli sarà anche necessario, perché viviamo tempi senza fede e credenza e allora è meglio non sapere e non vedere. L'uomo comune non vede più oltre il visibile. Il velo divide tutto. In pratica non vi sono tante realtà. Ce ne è una sola, un flusso costante che però è frammentato dalla mente divisa dell'uomo. Per riconquistare l'antica visione dobbiamo recuperare la capacità di leggere i segni, che sono copiosi ma non infiniti. Li incontriamo ogni volta che ne abbiamo bisogno, ma non li sappiamo leggere, parlano in una lingua strana, per immagini, e la nostra testa parla con le parole. Il pensiero è una catena di parole. Crediamo che le forme, le figure, le immagini siano infantili, per 'figliarelli', invece sono la chiave per collegarci con i livelli. I simboli sono schemi elettrici, basta attivarli, accenderli e ci portano su altri piani.
Stavamo giungendo a Viterbo. Poche automobili giravano in quella afosa giornata d'estate. E noi parlavamo di Vita, di Morte, di Visioni, di Stati Multipli.
  • Scandurra, che cos'è la morte?
  • Vidi morire tra le mie braccia uno zio a cui tenevo tanto. Io avevo 12anni. Un cancro ai polmoni lo stava uccidendo. Dall'Ospedale Grande degli Infermi lo avevano rimandato a casa a morire tra i suoi familiari perché non c'era più nulla da fare. Mi disse ad un certo momento che gli mancava l'aria, non riusciva più a prenderla. Mi strinse la mano fino a farmi male... poi se ne andò. E allora vidi la sua Anima ovoidale scivolare, gocciolare via verso il soffitto e altre forme eteriche che lo affiancarono. Oh, se la gente sapesse esattamente cosa accade in quel momento, proverebbe meno terrore della morte. Nemmeno le religioni oggi sanno dare risposte o indicazioni, e questo perché sono concentrate sul vivere quaggiù, che rappresenta solo un breve tratto della strada che compie l'Anima. Qualcuno ha detto che il mio è materialismo divino. Mah, sono un uomo concreto che con le mani apro i cancelli, con le mani scavo buchi attraverso cui passare in altri universi e tutto ciò lo faccio con fulcri, leve, talismani, cose visibili e meno visibili. Le spolette le hai viste, le hai usate, sono cose, magiche sì, ma di materia tenue magari, fluttuano in certe condizioni e sembrano molli, svanenti, basta saperle prendere e comunque le tocchi, fai presa. L'immaginazione è fondamentale, è forma che cerca materia per plasmarla. Certo, ci vuole comunque una certa materia, porosa per assorbire le energie planetarie, porosa per trattenere e poi rilasciare essenze, frequenze, parvenze eteriche. Insomma, Angelo, sempre materia, luce confusa e depositata. Noi le restituiamo la sua antica potenza, ne risvegliamo l'energia addormentata, la carichiamo. È di nuovo luce su di un altro piano. Frequenze, come i nostri corpi sottili, la coda del pavone che si apre e si chiude, ogni colore un raggio della nostra anima.
Si interruppe. Sembrava un fiume in piena. Tuttavia mostrava sempre il suo proverbiale controllo.
  • Quando mamme e padri mi chiedono notizie sui loro figli morti a causa di malattie terribili, di incidenti strazianti, catturo voci odori cose che appartengono a quel piano. Le anime trasmigrano ma i residui permangono. Frequenze. Allora divento una radio, un montacarichi tra livelli, una canalina passacavi. Le donne allora si rasserenano, trovano una certa conoscenza e i padri non si chiudono, i loro cuori si aprono. È importante sapere la verità, l'ignoranza che la scienza e la religione hanno in questo ambito è grave. Parlano parlano e poi? Noi non parliamo, facciamo, non vendiamo speranze, apriamo porte sulla Vita sterminata, fatta di cadute e rinascite. Cristo insegnava e faceva, dimostrava coi fatti che le leve della potenza si trovano dentro di noi. Soprattutto ci consigliava di adottare l'umiltà e la benevolenza, lì sono nascosti i segreti dell'universo. Quando incontri una persona umile e buona, quella salva 'sto mondo dalla fine totale. La sua anima trattiene il caos.
  • Ma qual'è il destino dell’Anima?
  • La Luce chiama l'Anima per compiti ben maggiori rispetto a quelli già svolti in terra. L'Anima abbandona il corpo che l’ha ospitata e non ne soffre. La vedo sorridere sempre ad ogni trasferimento. È un sorriso che pervade la sua estensione ad uovo, perché il corpo le è stato intimo. Il corpo possiede una sua coscienza, semplice e pura che accetta questo destino: dopo pochi giorni si scioglierà nella terra, pronto ad aiutare lo sviluppo di altro. Il Grande Tempo trituterà anche le ossa, fino a farle diventare sale fine, da spargere sulle cose che nasceranno domani. Ma tutto ciò che Dio ha posto tra l’Anima e il corpo quando stabilì cosa dovesse essere l’uomo, la mente, il vitale, il nervoso, il cuore e le sue passioni, precipita nel nulla sapendo di morire davvero, di non potere seguire né l’Anima nel suo destino di luce, né il corpo nella terra. Così si ribella, raccoglie ogni forza che le resta e prova ad aderire alle cose, a trovare una sua permanenza, un suo luogo. Allora i morti, le loro voci, restano là dove vissero uomini e passioni. Restano settimane, o secoli. Gusci rotti di una noce. Nastrini magnetici di suoni confusi a rumori di fondo. Da loro viene disperazione, possono contaminarci, piegare il nostro sentire verso il male, il nulla dissolutore, la loro energia è imprigionata, sottratta al mondo e non usata per lo spirito, come dovrebbe essere. Così la liberazione dei luoghi, la loro pacificazione è, per chi possa compierlo, un atto sacro.
Ormai stavamo davanti alla sua bottega. Vi era un piccolo gruppo di persone ad aspettare nei pressi della soglia. Scandurra ammiccò. Non ebbe difficoltà a parcheggiare nella piazzetta antistante. D'estate a Viterbo c'è posto per tutti, così come alla bottega del mago.