Chi legge "esamini tutto, ma ritenga solo ciò che è giusto".

La mente non è un vessillo da riempire, ma un fuoco da accendere.

mercoledì 8 ottobre 2014

NOVILUNIO





Il lucumone Karis, prima del consueto novilunio, era regolarmente partito dalla sua unità territoriale delle Federazione tirrenica, la nona, per prendere parte alla annuale riunione dei capi delle genti rasene, indetta per la nomina del nuovo Capo, nel Fano di Voltumna, custodito in Vulci. Lo accompagna un corteo di novanta persone: nove cavalieri, nove astati, nove reticiari, nove accoliti, nove cetrari, nove danzatrici, nove doppiflautisti, nove notabili, nove schiavi e nove indovini.
Solenne la colonna nei suoi paludamenti, nei suoi variopinti costumi, avanza per i sentieri etruschi; si ferma per i suoi riti magico-spirituali, per i pasti e per i riposi della notte. Il vitto è a base di formaggi, cacciagione, frutta, il tutto annaffiato dal buon vino che i raseni producono dalle viti affossate nei pendii tufacei delle colline. Ci si riposa all’aperto, sotto il cielo stellato del caldo estivo.
Karis solo, da giorni digiuno, un po’ in disparte, resta per ore a contemplare le costellazioni per sapere, conoscere del suo prossimo destino che solamente Tinia, il dio unico degli etruschi, già conosceva nella sua onniscenza. Invano quindi scrutava Andromeda, Orione, Cassiopea, le due Orse e inutilmente, al lume d’una rosseggiante torcia, voltava e rivoltava il fegato degli animali uccisi per i riti sacrificali.
Non poteva sapere se sarebbe stato l’Eletto, il Sommo per eccellenza; se sensibilizzato dalla rivelazione divina sarebbe stato immerso nelle acque purificatrici di Musignano; se alla sua morte le sue ossa sarebbero divise fra i lucumoni viventi; se sarebbe stato aureolato di gloria e assiso nel bronzeo scanno custodito nella misteriosa Cuccumella. E ciò lo tormentava: così il suo viso si affinava, i suoi occhi rilucevano d’una intensa spiritualità che i nove accoliti non riuscivano a fissarne lo sguardo.
Per giorni e giorni il corteo attraversa il territorio, ora piano, ora collinoso, sempre guidato da quei sentieri, da quei segni arcani che indicavano Vulci, sede del Luogo Sacro. Superati i sacri recessi che il fiume Fiora difende, si unì ai cortei degli altri sacerdoti-maghi e tutti assieme si fermano al mitico sughereto. Qui si accampano. I soli lucumoni proseguono per il Fanum che Vulci amorosamente custodisce, assieme all’immenso tesoro che generazioni di etruschi hanno accumulato.
Per ultimo Karis s’inoltra nel dedalo dei sentieri arieggiati dal vento fresco del mare prossimo e coperti dalla volta celeste. Fiaccole illuminano le strette vie del Luogo, mentre attorno alla vicina Cuccumella centonove vergini fanciulle invocano dalla suprema unica divinità la Luce per la scelta del nuovo Eletto, fra i dodici ora chiusi in conclave nello spazio circolare del Fano di Voltumna ancora intriso del sangue dei bianchi giovenchi offerti in sacrificio.
Il momento è solenne: i volti dei Dodici sono tesi fino allo spasimo, il lungo digiuno ha dimagrito i loro corpi e le incessanti invocazioni risuonano nel Luogo Sacro. Prima dell’alba si diffonde nel cerchio sacro la Luce soprannaturale e Tinia si manifesta. Nel silenzio profondo è il solo respiro spezzato dei presenti, poi un alone circonda il capo del lucumone della terza unità rasena, Kanu: egli è l’Eletto, il Capo, il Sommo. Tutti lo circondano e proni al suo cospetto attendono. La Luce è svanita, le sole torce con i riflessi rossastri danno vita alla scena di alto valore drammatico e spirituale.
Il nuovo Capo che vivrà nella carica fino al nuovo plenilunio stabilito, delibera con i lucumoni per il raseno popolo confederato. Karis per primo esce dai sacrati luoghi e annuncia al popolo, che in trepidante attesa aveva passata la notte nel bosco di sugheri, l’avvenuta scelta fatta dal dio Tinia. Entusiasmo, canti, musiche, gioia per tutti. Tornei di guerrieri, di atleti, danze di vergini fanciulle si susseguiranno per settimane, alternati da grandi cerimonie religiose con sacrifici di colombe, capretti e con l’offerta dei prodotti della terra. Anche la primiera ricotta viene donata nelle graziose fuscellette di gionco trecciato. E così ogni etrusco è vicino a Tinia che è dappertutto: nel regno abissale e nell’altissimo cielo, spazia nell’eterno astrale e nel buio pauroso antrale.
Nel ritorno alla sua lucumonia, Karis, lasciati i sentieri etruschi, si porta sul lago della rasena Velzna e lì si riposa fino alla fine dell’estate. Gode dello stupefacente spettacolo che il creato a lui riserba: le placide acque, le due isole, la consorella Bisenzio, gli infuocati tramonti, lo rapisce alle sublimi altezze dello spirito, mentre i trapassati, negli ipogei, sono e saranno testimoni, alle future generazioni, della stirpe etrusca sopravvissuta alla scomparsa d’Atlantide che qui, in questa Tuscia, lasciò la sua Magia imperitura.

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