Chi legge "esamini tutto, ma ritenga solo ciò che è giusto".

La mente non è un vessillo da riempire, ma un fuoco da accendere.

venerdì 25 giugno 2010

IUS 21


Dove mi trovavo (?), il tempo assumeva un valore diverso. Si ha l'impressione di vivere un film al rallentatore, ma, parallelamente, trascorre il nostro tempo soggettivo. Mi sentivo in una sorta di sdoppiamento controllato, come se vivessi da due postazioni differenti, quasi all'unisono. Mi passarono davanti/dietro, di lato e sopra, spezzoni di immagini, venti sonori, volti e figure geometriche svolazzanti; erano i primi segni di vita, o almeno sembravano tali, che incontrai. Nella struttura sottile del tempo esistono cose appena abbozzate, riflessi e riverberi, che poi ritroviamo come forme residuali in determinate condizioni sulla terra; volgarmente li chiamiamo fantasmi. Qui, la struttura sottile assume un'estensione particolare. Un mese lì, equivale a tre ore circa nella nostra dimensione. Provare per credere.
Il paesaggio era incantevole, fatato. Il cielo blu cobalto, mi sembrava meno sterminato, la volta era, come dire, più raccolta, meno alta. Dopo un po' le figure che mi aleggiavano intorno si dileguarono improvvisamente. Qualcosa stava per succedere. Intanto, decisi di muovermi. Guardavo con curiosità i miei piedi, le gambe, e sentivo un effetto strano, come di leggerezza, di facilità nei movimenti. Il prato all'inglese, era soffice, sì, ma c'era minor impatto nel passeggiare; mi sosteneva maggiormente che sulla terra, come se rimbalzassi. Non era la minore gravità, non saprei dire perché, però aveva a che fare col tempo rallentato. Mi osservavo da fuori e in perfetta sincronia percepivo il mondo dietro la mia fronte – ma forse un leggero scarto divideva le visioni. Ero stimolato al massimo, sentivo ogni cellula del mio corpo vibrare, rispondere.
La stazione che avevo di fronte, non aveva nulla dell'astroporto, ma che dico, anche di un terrestre aeroporto. Non vedevo rampe di lancio, piste o quelle strutture tipiche dove partono e arrivano aeroplani. Infatti, non si decollava né si atterrava: si entrava o si usciva. Era un varco interdimensionale fuori da ogni possibile immaginazione. Ero ad un crocevia cosmico per tutte le destinazioni, piani dimensioni mondi, un ventaglio di possibilità che il sottoscritto, tra i pochi uomini contemporanei, aveva avuto in dote dalla fortuna di scegliere. Scegliere per andare dove? Un dubbio atroce mi scosse. Scandurra non mi aveva dato indicazioni in proposito, o almeno non le ricordavo. Decisi di recarmi in quella cittadella inerpicata lassù e così avrei chiesto a qualcuno ragguagli. A prima vista lo scalo distava alcuni chilometri in linea d'aria. Tra me e la stazione, vi erano prati all'inglese e alberi raggruppati in buon ordine. Non vedevo un sentiero, ma realizzai che la linea retta mi avrebbe portato facilmente alla meta. Stupidamente feci una balorda considerazione: e se avessi incontrato il cappellaio matto, o comunque un tipo strano dall'idioma incomprensibile e dall'atteggiamento ancora più illogico, come mi sarei dovuto comportare?
Niente di tutto questo avvenne. Incominciava per me l'avventura; potevo ben dire di essere il ragazzo più fortunato del mondo. Quanti prima del sottoscritto avevano avuto la possibilità di esplorare l'ignoto? Credo pochi, qualcuno ne aveva fatto un resoconto camuffato da romanzo, altri avevano taciuto. I viaggi dell'anima di mistici e sciamani, erano ben catalogati, analizzati, inseriti nella fenomenologia della storia delle religioni; ma ben poco c'era che riguardava l'esperienza totale, l'immersione in varchi interdimensionali, quella che stavo facendo grazie ad un maestro unico nel suo genere, ammesso che vi fosse un genere come quello.
Ero avvolto in uno sconfinato silenzio, ne ero assorbito. Forse per spirito di conservazione, richiamai l'attenzione e la necessaria tensione, sebbene confidassi nella bontà di Scandurra che mai mi avrebbe mandato in un luogo da cui non sarei stato in grado di cavarmela, ma ero pur sempre un viaggiatore in una contrada incognita, dove le categorie spazio-tempo, la presenza a me stesso, la coscienza ordinaria, erano rivoluzionate. Avanzavo in quello stato duplice di osservazione, non sentivo il mio peso abituale, camminavo lentamente o forse mi vedevo lentamente camminare.

Dovrei scrivere molto di più di quel che sto qui abbreviando, poiché le tante cose che mi si presentarono meriterebbero una serie di capitoli di un ipotetico libro. Quanto sto ora scrivendo è la premessa necessaria per localizzare il punto dimensionale nel quale si verificò il fenomeno mitico che mi investì: si tratta di un posto reale, da me raggiunto e che influì decisamente sulla mia visione della realtà, sull'interpretazione di casistiche aliene e su come leggere il mondo.

L'aria si faceva fresca. Mi accorsi della presenza di una sorgente, sul limitare del boschetto di destra, e poiché avevo sete, mi diressi verso una polla d'acqua. Piegandomi, immersi cautamente la mano: era fredda e leggerissima. Allora ne raccolsi un po' sul palmo della mano e vi accostai le labbra. Era frizzante e buona, difficile valutarne la composizione. Notai che non vi era sottobosco né cespugli, gli alberi erano simili a faggi, emanavano profumi mai sentiti prima. Intravidi ad un certo momento qualcosa che si muoveva a poco più di cinque metri da me. Una specie di roditore, un topo gigantesco, grosso come un maiale, dal colore marrone scuro, mi fissava e alzava la sua coda anellare. Mi spaventai, lo confesso. Stava masticando non so cosa, poi emise una specie di rutto-squittio baritonale e si girò allontanandosi lentamente, sculettando. Il mio primo incontro con un animale di un'altra dimensione. Se i topi erano così grossi in quel mondo, figuriamoci i gatti. Alzai gli occhi al cielo, profondo, brillante. Finalmente realizzai: era giorno ma non c'era nessun astro. Allora, piano piano, si formò nella mia mente un pensiero, una domanda: dietro quel cielo c'è Dio?Sentii dei fruscii tra le foglie e restai con le orecchie tese per capire che cos'era quel rumore. Quel bosco mi sembrava più grande che visto da fuori. Girai intorno ad un grosso faggio e scorsi un fiume, non più largo di 20metri che divideva il bosco. Placido, sembrava un canale artificiale per quanto era preciso nelle sue anse e argini: un fiume disegnato da un pittore iper-realista. Ma mentre facevo queste elucubrazioni, una vampata di luce intensissima apparve come dal nulla proprio in mezzo al corso d'acqua. Una sfera perfetta dal diametro di 10/12metri, mutava con velocità folle di colore; ne distinsi solo alcuni, rosso blu giallo verde oro, gli altri non saprei come identificarli. Non emetteva nessun suono. Stava lì sospesa a 2metri dalla superficie del fiume ed io, sulla riva e con la bocca aperta, trattenevo il respiro. Stava lì per puro caso? Era un u.f.o. che mi dava il benvenuto? No, quella sfera cangiante, era qualcosa che non aveva nulla a che fare con le mie ipotesi iniziali. Il mito si era manifestato, attraverso un simbolo, una potenza. Elettricità pura, anzi, la sua sorgente.

giovedì 17 giugno 2010

IUS 20




Nel mondo in cui mi trovavo, la cenere di quella antica galassia estinta, evidentemente, assumeva connotazioni impensabili, racchiudendo il ricordo di un'energia immane non del tutto esaurita. Un'onda, letteralmente un'onda di non so quale acqua, proveniente non si sa da dove, fresca, rigenerante, mi investì. Fui innaffiato da una secchiata cosmica – è il caso di dirlo – che mi rimise in piedi e, cosa curiosa (ma cosa non lo era?), non mi bagnò. Sveglio, lucido, riacquistai la visione globale e di fronte a me, immobile e maestoso il disco verdenero, simbolo ignoto che dovevo svelare. Mi avvicinai e lo toccai. Al tatto era morbido, come di gomma. Una leggera pressione lo deformava, poi ritornava al suo stato iniziale. Un disco gommoso? Mah, la mia impressione era quella di vivere in una dimensione psichedelica, un paese delle meraviglie senza cappellai né stregatti, dove le coordinate spazio-tempo, la logica ordinaria, erano messe a dura prova. Parlai troppo presto. La cosmonave ebbe come un sussulto e si formò intorno ad essa un alone luminescente azzurro, pulsante, che si estendeva per tutto il salone. Quel cambiamento sembrava l'avvisaglia di una manifestazione; un incontro? Fui invaso completamente da quella luce, ma non mi impedì di entrarci dentro. Non compresi subito se vi ero entrato o mi aveva inghiottito. Un'idea dapprima confusa poi, lentamente, più chiara e definita, si fece strada: la cenere galattica donatami da Scandurra, non era né un corroborante né un placebo sui generis, ma un piroforo per oltrepassare un portale. Il disco non era un'astronave, o almeno non solo; quello che sembrava un velivolo extraterrestre, in realtà fungeva da scalo dimensionale, per usare un'espressione a me cara in quegli anni. Quindi, una sorta di ponte cosmico mi si era parato davanti, per permettermi con l'ausilio della cenere di accedere verso orizzonti lontani. Questo particolare stato unitivo, che sentivo crescere in me, una sorta di sesto senso permanente, produceva una condizione psicosomatica e animica mai provata sino a quel momento. Mi sentivo investito da un'energia sconosciuta e da influssi che misteriosamente si traducevano nella mia mente in parole e immagini, o come oggi si suole dire, in informazioni. Da quella fatidica esperienza, ebbe inizio per me una forma di ricerca indotta, che lasciava dietro di me, per sempre, il modello deduttivo del comune pensare.

Per Scandurra, esistono leve magiche fatte di materia, dalle apparenti funzioni infantili o marginali, che permettono il passaggio tra i mondi. Li detengono i discendenti di un ceppo antico, gli Atlantidei, proiezioni mutanti dell'uomo futuro. Lui era a pieno diritto il discendente di quella superciviltà di semi-dèi. E la sua modesta condizione sociale, secondo i canoni odierni, era un'ottima rappresentazione del cosiddetto briccone divino, secondo i canoni antropologici. Ritornando ai simboli di trasformazione, per il passaggio attraverso i mondi dimensionali; è una concezione bellissima, esaltante, che qualcosa di semplice e quindi di vero, possa permettere l'accesso da uno all'altro di questi mondi. Schegge proiettate dalla scomparsa del mitico continente, si sparpagliarono 12mila anni fa. Sorgenti di energia, pacchetti di fotoni primordiali vennero assorbiti da elementi di materia tra i più dissimili. Quando il maestro mi rivelò il segreto, ne rimasi colpito, disorientato: una biglia colorata, una trottola, un pendolino, un anello, potrebbero aprire un portale o una botola del baratro senza fondo, verso dimensioni molteplici. Maniglie di accesso, preziosissime e pericolose, da custodire come la vita, ereditate e conservate con estrema cautela da un'anonima talenti che si unisce ogni volta che il caso lo richiede.

Lui le chiamava 'spolette' (ma per attivarle bisognava conoscerne il nome specifico, la vibrazione), ce ne sono migliaia e disseminate (ma non del tutto perdute) sul nostro pianeta, tante quante sono le botole d'accesso dell'ipersfera, il baratro senza fondo che si affaccia sugli universi tangenti. Io ne possiedo una. Il loro valore, come potete ben comprendere, è inestimabile; per me, semplicemente sono senza prezzo, nel senso che sono gratuite. Fate un calcolo approssimativo: quanti potenti ne vorrebbero entrare in possesso, ad ogni costo e a qualunque cifra? Chi possiede le spolette, possiede il mondo e gli eventuali corridoi di accesso ad altre dimensioni. Ciò che vado raccontando ha dell'incredibile, anzi, dell'impossibile, ma non mi preoccupo affatto del diniego degli scettici, e non per superbia, perché insieme ad altri fortunati entronauti, abbiamo viaggiato in lungo e in largo fra dimensioni, mondi e stati multipli, abbiamo vissuto esperienze bellissime e terribili e nessuno, proprio nessuno, potrà mai togliercele. Forse meno mi si crede e meglio è: le persone senza interessi ordinari e dagli intenti elevati, mi crederanno o sospenderanno il giudizio. Non sto qui a far proseliti, non voglio fondare né una setta né un movimento spiritualista. Semplicemente racconto quanto mi è accaduto e, soprattutto, voglio far conoscere un maestro, umile, semplice, ma unico, un uomo eccezionale su cui è caduto un pezzettino di Dio e che ho avuto l'onore di incontrare. La spoletta è ancora in mio possesso e tuttavia non la possiedo, la uso secondo la consegna di Scandurra.

Di fronte a me appariva in tutta la sua grandiosità, la fantastica stazione cosmica, una cittadella arrampicata su di un picco montano: minareti, cupole, palazzi dalle forme tondeggianti, vetrate multicolori, immensi padiglioni sotto un cielo di luce brillante. Sensazioni a centinaia, a migliaia mi arrivavano. Voci suoni profumi tutti in simultanea. Mi trovavo come in una tavola fuori testo di un libro di Tolkien o di Lord Dunsany, ma era tutto vero, reale, magico. Il professore di Oxford, forse conobbe Scandurra...
Nei momenti topici della vita, chissà in base a quale curiosa combinazione psicologica, ti vengono in mente pensieri banali: sarei tornato a casa per colazione?

sabato 12 giugno 2010

IUS 19

Mi trovavo in un immenso salone ottagonale, con altissimi pannelli-parete di cristallo rosso - in tutto simili alla porta fluida - attraversato da una luce viva e tranquilla che immergeva ogni cosa in un perpetuo succedersi di albe e tramonti (lo constatai in seguito). Il salone poteva esser grande come un palasport senza tribune. Quali mani avevano scolpito quel meraviglioso sito? Il pavimento era fatto di legno – almeno così sembrava - color marrone, dalle mille sfumature e dalla superficie levigata e morbida. Quel posto incredibile, artificiale ma che ti dava una sensazione di simbiosi con la natura di tipo steineriano, era circondato da un paesaggio collinare tipico del centro Italia, ma sullo sfondo si intravedevano montagne altissime color porpora e viola, non proprio comuni dalle parti mie. L'aria era frizzantina e profumata di fiori; non vi saprei dire quali, ma era una sensazione molto intensa. Non c'era altro nella grande sala. Mi domandai a cosa potesse servire tanto spazio; guardai l'orologio: fermo. Mi avvicinai alle pareti e provai a toccarle: lo stesso effetto del portale semisolido rosso che avevo attraversato con una certa difficoltà. Che fare? Fuori c'era una terra bellissima, niente di ostile, anzi. La tentazione di uscire era forte. Però mi bloccai, forse dovevo attendere, cosa o chi non lo sapevo, ma qualcosa mi suggeriva così.

Tempo addietro, in un pomeriggio tranquillo giù a bottega, senza clienti né seguaci, Scandurra aprì il palmo destro della mano e mi fece vedere un mucchietto di cenere, chiedendomi cosa pensassi che fosse.
“Semplice cenere”, risposi senza pensarci su.
“Già, ma è cenere di una galassia estinta. Tutta qui, in un pugno. Se la stringi, potrai sentire il suo dolore prima della fine. Eppure, qualcosa di potente, di infinito, rimane ancora in queste poche tracce. Qualcosa di grande permane sempre, come dopo la nostra morte.”
Era la prima volta che il maestro mi accennava alla morte. Non compresi subito quanto mi stava dicendo. Galassia estinta, mah. Forse era una metafora. Scandurra percepì la mia titubanza.
“È autentica cenere di una antica galassia. Più antica della Via Lattea. Me la diede il mio maestro e ora la do' a te. Conservala, portala sempre con te, ti servirà prima o poi.”
Tutto mi sembrava surreale come tante cose che riguardavano Scandurra. Non mi ci abituavo ancora alle sue stravaganze. A volte mi prendeva in giro, bonariamente. Questa volta sembrava serio. Cosa voleva dirmi? Cenere di una galassia. Quanto dura la vita di una galassia? La Vibuti, cenere sacra materializzata da Sai Baba, poteva avere delle analogie con quella del maestro? Glielo chiesi.
“Le domande giuste che mi dovresti fare sarebbero: cosa rimane di una galassia quando muore? e poi: chi è in grado di raccorglierne i resti?”.
Gli risposi che erano sicuramente le domande più pertinenti e attesi le risposte di Scandurra. Invano.
Mi lasciò cadere in mano la cenere e sebbene impalpabile sembrava pesante, anzi, la sensazione era quella di tenere in mano del mercurio: solida liquida sfuggente.

Il tramonto ammirato dai pannelli era pazzesco. Riflessi dorati, rossastri, polarizzati si confondevano in un mix di colorazioni mai viste prima di allora. La cosa più incredibile – abuserò spesso di questi aggettivi – era che producevano un effetto sul mio corpo, curioso, bello, esaltante: la luce composta mi pizzicava avvolgendomi, la sentivo coprirmi. Questo effetto non finiva lì; avevo ora la percezione mia e dell'ambiente in cui stavo, globale, cioè vedevo dappertutto, davanti dietro, dai fianchi, sopra sotto. A raccontarla tutta però, ciò mi fece ondeggiare a tal punto che caddi. Mi girava la testa, anzi, non la sentivo. I sensi mi si stavano confondendo, sopra sotto davanti dietro, i profumi fortissimi, i colori che piccavano. Credevo di avere la febbre alta. L'io cosciente era dislocato fuori dal corpo, oppure era così allargato da comprendere interno/esterno. Poi, dopo 4 o 5 minuti o chissà quanto, mi ripresi lentamente. Di nuovo in piedi, tonico, gagliardo. La visione globale era uno spettacolo, altro che il 3D. Ora, comunque dovevo decidermi: attendere o uscire alla conquista di quel mondo magico? Fremevo, una spinta interiore interagiva con un altra più mentale, sentivo di poter volare, correre. Ero lì lì per uscire, quando un sapore di metallo e un ottundimento auditivo mi fermarono, alzai la testa – non mi ero ancora abituato alla visione globale – e vidi un vascello fantasma (così li chiamava Scandurra), insomma un disco volante – negli anni settanta lo chiamavamo ancora così – che scendeva verso di me. Era poco più piccolo del diametro del salone e questo mi obbligò a spostarmi verso i pannelli. Il disco si fermò a mezzo metro da terra, senza apparenti sostegni. Ero elettrizzato come potete ben immaginare, ma senza il benché minimo timore. Era giunto il mio turno per incontrare l'ignoto. Io solo con altri esseri cosmici. Non c'era Scandurra – sebbene senza di lui sarei stato ancora ad invidiare le mirabolanti avventure di Adamsky o a sognare le Cronache Marziane di Bradbury - e così mi sentivo padrone del mio destino. Io, Angelo, avevo un incontro ravvicinato del III tipo, dove e con chi lo avrei saputo presto.

Il disco verdenero, saturnomorfo, non emetteva rumore, non aveva segni di riconoscimento, la sua superficie sembrava ruvida; intanto, il sapore metallico aumentava, più invasivo che mai. Una forte pressione alla testa, insieme ad un senso di nausea, furono segnali anticipatori di una serie di fiotti di sangue che mi fuoriuscirono dalle orecchie. La situazione si faceva critica. Cercai con un fazzoletto – le mamme negli anni settanta ci ricordavano sempre di portarne uno quando uscivamo di casa – di detergermi. Speravo in cuor mio che le cose potessero prendere una piega positiva, come sembrava all'inizio. Subentrò la paura. La mia percezione speciale, la visione globale, ora diventava problematica. Tutto stava girando intorno a me. Perdevo le coordinate alto basso profondità, suoni sapori sensazioni cambiavano repentinamente. Una fitta feroce allo stomaco e alla tempia, simultaneamente, mi fece piegare e contorcere. Ricordo che gridai aiuto, ma riuscii ad emettere solo un rantolo. Invocai Dio, il dolore era tremendo, insopportabile. Istintivamente, misi la mano in tasca e cercai la cenere della galassia estinta, conservata nel portatessera. Non so perché lo feci, se per spirito di conservazione – ma come poteva aiutarmi un mucchietto di polvere? - o per disperazione. Credevo di potermi sorreggere da solo tra mondi alieni, camminando senza grucce fra dimensioni tangenti, oltre ogni più sfrenata immaginazione. Ma nessuno nasce imparato e io non potevo fare a meno del maestro. Proprio in quel momento toccai con mano, è proprio il caso di dirlo, uno dei più grandi misteri di Scandurra.

giovedì 3 giugno 2010

IUS 18


Scandurra sosteneva che Viterbo, insieme ad altri luoghi fatidici sparsi per il mondo, erano ponti dell'Universo, portali verso scali cosmici. Uno di noi, fissato con le filosofie orientali, aveva ribattezzato questi posti, Sevagram. Sevagram è il nome di un villaggio indiano, nello stato del Maharashtra, già sede dell'ashram del Mahatma Gandhi. Il nome sevagram significa, in hindi, villaggio di servizio. E proprio questo svolgeva Viterbo, un servizio di accesso.
Non fu difficile credere a quanto asseriva il maestro. Le cose che vedevo e vivevo erano oltre ogni immaginazione. Proprio qui, nella mia città avevo l'opportunità unica di accedere a mondi e dimensioni come le descrivevano i viaggiatori mistici, gli sciamani, gli scrittori veggenti, i maghi. La stessa fantascienza del ventesimo secolo, aveva ripreso nelle forme adeguate allo spirito del tempo, i temi dell'esplorazione galattica, l'ultima frontiera oltre i confini terrestri. Verso gli anni sessanta, la sci fi si diresse verso altri lidi, da quelli dell'esplorazione esterna alle esperienze di alcuni coraggiosi viaggiatori alle prese con i mondi interni della coscienza. La letteratura ebbe un ulteriore sussulto. Una nuova espressione documentaristica, romanzesca, speculativa, fece il suo ingresso trionfante sul panorama culturale un po' borghese e stitico, quando non violentemente ideologico. Il Mattino dei Maghi, fu il libro chiave di questa svolta copernicana, forse ben più di quanto si aspettassero i due autori francesi, Louis Pauwels e Jacques Bergier. “Un'opera che getta un ponte tra il fantastico e il reale, tra la magia, la mistica e lo spirito moderno”, così recitava il sottotitolo nell'edizione italiana a cura di Sergio Solmi. La prima edizione Gallimard datava 1960, quella italiana Mondadori, il 1963. Fu un fulmine a ciel sereno. Grazie a questo libro molte persone, di tutte le età e culture, ebbero il loro testo sacro, magari demitizzante ma tosto, intrigante, aperto ad ogni strada della conoscenza. I piani cognitivi si avvicinavano, passato e futuro si congiungevano. Atlantide, i dischi volanti, gli alchimisti antichi e moderni, i superpoteri psi, si ritrovavano in un mix lussureggiante, dalle atmosfere caleidoscopiche. Si era riaperta una porta, non solo simbolica e culturale. Soprattutto il pirotecnico Pauwels, pagano (sebbene convertitosi alla fine del suo percorso, al cattolicesimo) ed ex allievo di Gurdjiev, riuscì a scuotere le fondamenta del piattume occidentale, lanciando segnali per i naviganti nelle terre incognite. Noi ci abbeverammo da questa fonte e grazie alle sue aperture sul fantastico, sul mitico, sulla scienza di frontiera, ci mettemmo nelle condizioni ottimali da poter incontrare Scandurra: un personaggio che non avrebbe sfigurato tra quelli citati da Pauwels e Bergier, anzi. Quello che stavo facendo, oltrepassare i limiti spazio-tempo trasformando me stesso, era la migliore ricezione di quel messaggio.
Non avevo più una struttura biopsicofisica ordinaria, ero unificato. Il mio punto-coscienza era esteso ed espanso: onda-sorgente oltre lo spettro sensoriale. Anche la paura contribuì a realizzare questo mio stato, lo confesso. Si radunano forze, sentimenti, aspettative, volontà, in una sintesi superiore.

Tentai di toccare la porta cristallina, pensando di trovare un ritorno di forza. Pensavo di sentire la durezza del cristallo. Pensavo così, ma le cose stavano diversamente. Era oleosa e plastiforme, vi penetravo con tutta la mano. La sensazione era curiosa, in apparenza sembrava compatta, in pratica era molle. Non realizzai che potessi essere io a trovarmi in una condizione speciale atomica e animica, quindi oleosa e plastiforme: mi venne in mente subito dopo che l'attraversai con tutto il mio corpo. Mai come in questo caso potevo definire il mio, come un corpo fluidico. Il dentro e il fuori, io e la realtà che mi circondava, eravamo comunque cambiati. Come in un grande acquario pieno di olio, mi muovevo lentamente, quasi a sobbalzi, la gravità non era più incombente. Mentre mi inoltravo attraverso quello spazio rosso semi-liquido, mi venivano alla mente pensieri di rivalsa, un po' stizzosi nei confronti di alcuni coetanei che mi canzonavano per le mie fisse col mondo dell'occulto. Adesso mi trovavo a vivere un'avventura straordinaria, lontana dall'esperienze della maggior parte degli esseri umani. Sulla punta della piramide, mi sentivo qualcuno...

Come capitava ogniqualvolta 'mi allargavo', una voce, un ricordo di Scandurra mi ridimensionava.
“Se nasci falco, hai il dovere di volare alto, affrontare le correnti e il mirino del cacciatore che vive in basso. Ognuno ha la frusta per il culo suo”.
Già nei primi tempi, mi profetizzò lo scenario della mia vita che mal compresi e men che meno mi ci preparai.
“Sarai uno di quei rari uomini felici, a cui è concesso di esistere in un sogno da sveglio. Diventerai un apritore di strade perché altri possano percorrerle. Oggi nascondi il tuo segreto, lo difenderai contro tutto e tutti. Domani lo svelerai al mondo. Se costruisci un ponte, loro verranno.”
La mia felicità la avrei dovuta condividere con più persone possibili. Una missione in piena regola. Già ho accennato che Scandurra delineò, per sommi tratti, il grande cambiamento che il mondo avrebbe affrontato intorno all'anno 2012. Ci diede delle consegne. Ognuno avrebbe dovuto adempierle in tempi diversi, ma entro quella data nevralgica. Periodicamente ci ricordava quest'incombenza, ma inizialmente non le attribuimmo molto peso. Erano così lontani quei termini. Il tempo però non si è fatto aspettare. Tutto scorre così velocemente. Il punto di svolta è imminente e più vicino di quanto il calendario segni.

In quella sorta di budello vischioso, sempre più trascolorante verso il rosso scuro, trovai serie difficoltà di equilibrio. Svolazzare in un liquido denso e al tempo stesso solcato da una corrente ascensionale, un vento che mi innalzava, era un'esperienza strana, più da pesce di fondale che da giovinotto assetato di conoscenza. La conoscenza era anche questo, invece: trovarsi in un ambiente nuovo e alieno, che faceva il paio con un sentore interno di emozione e delucidazione. Mi prese una forte agitazione. Incominciava il timor panico. Avevo serie difficoltà di respirazione. Me ne accorsi in quel momento che inghiottivo quel liquido densamente strutturato. Tosse, nausea e vomito in sequenza veloce. Sentivo una pesantezza progressiva che mi cresceva dentro. Affondai lentamente, inesorabilmente. Pensai alla fine. In che modo morivo? Dove terminava la mia vita? Di nuovo mi invase uno scoramento infinito.

Una sala circolare di dieci metri di diametro, scolpita nella roccia, illuminata non si sa da dove, era la mia nuova sede. A pancia in giù, sopraffatto dalla stanchezza, la gola come una fornace, ero vivo proprio perché sentivo dolore. Vuota la stanza, vuoto il mio stomaco. Mi alzai e a sorpresa notai che i miei abiti erano asciutti; niente dimostrava che fossi passato dalla zona rossa. Indubbiamente il servizio di lavanderia e asciugatura era eccellente. Chi erano i solerti padroni di casa? Cercai un qualche segno di riferimento sul muro, nel piancito. Niente che mi conducesse ad una qualche risposta, niente, nemmeno una porta. Ma allora da dove ero entrato? Nessuna fessura o piano mobile. Prigioniero, ecco che cos'ero, prigioniero di una setta di folli adoratori di chissà quale divinità lovecraftiana. Di nuovo la paranoia. Scandurra non mi avrebbe mai mandato allo sbaraglio, tanto meno in una trappola senza uscita. È possibile che di fronte ad ogni ostacolo, davo fuori di testa? Improvvisamente il pavimento insieme al soffitto incominciarono a ruotare in sensi contrapposti. Questi spostamenti non producevano alcun rumore. La loro velocità sembrava quella della lancetta dei secondi di un orologio. Poi, tutto si fermò di colpo, ma non rischiai di cadere come sarebbe stato ovvio. E si aprì un portello al centro del soffitto, da cui discese una passerella, forse metallica, fino a terra. Non vi erano dubbi, qualcuno voleva che vi salissi sopra. Così feci. Misi prima il piede sinistro e poi quello destro e mi resi conto che l'inclinazione era di almeno il 70%. Ma non dovetti elucubrare più di tanto, perché si mosse e mi innalzò lentamente verso l'alto. Sembrava una scala mobile. Intanto il soffitto si era aperto del tutto e nemmeno me ne ero accorto, ma quello che vidi non lo avrei mai più dimenticato.

venerdì 28 maggio 2010

IUS 17

Rabbà disse: se i giusti volessero, potrebbero creare un mondo, perché è detto: sono i vostri misfatti che fanno la differenza fra voi e il vostro Dio. (Isaia 59,2)

''Due particelle +/-  o sanno quello che fanno o è meglio che non s’incontrino mai”,   perché l’atomo che è nato almeno 13,7 miliardi di anni fa,  non poteva venir fuori  rabberciato alla meglio….Questo vuol dire che la prima particella +  e la prima particella -  avevano previsto ogni particolare,  per poter aderire alle tantissime leggi della fisica atomic''. Massimo Corbucci, Alla scoperta della Particella di Dio, pag.  134

"Questa vasta dimora della natura è costruita con molte ali, ognuna delle quali ha il suo ingresso. Il fisico, il chimico, il biologo entrano da porte diverse, ognuno ha la sua sezione di scienza, e ognuno arriva a pensare che sia un suo dominio speciale, distinto da quello degli altri. Noi dobbiamo invece ricordare che tutte le indagini hanno come scopo il raggiungimento del sapere nella sua totalità. Nelle mie ricerche sull'azione delle forze sulla materia, mi sono stupito nello scoprire che si annullavano linee di demarcazione e che emergevano punti di contatto tra il mondo vivente e il non-vivente. Ciò significa che dovremmo abbandonare tutti i preconcetti, gran parte dei quali risultano in seguito assolutamente privi di fondamento e contrari alla realtà". Jagadis Chandra Bose


Una Anonima Talenti si stava formando pure a Viterbo. Eravamo ben decisi e convinti a seguire in tutto e per tutto, il nostro maestro. Diatribe personali, piccole competizioni egoiche, infantilismi ancora da risolvere, sfumavano; ci si aprivano orizzonti altrimenti solo sognati o immaginati. La nostra città smetteva di essere un modesto e dimenticato capoluogo di provincia, per diventare un astroporto verso altre dimensioni, dove un saltafossi degli spazi ignoti ci faceva sperimentare cosa poteva fare realmente l'uomo, grazie all'emersione delle sue meravigliose latenze. Scandurra non voleva costituire un sodalizio superomistico, composto di egolatri intenti solo all'ottenimento di poteri paranormali – sebbene la tentazione di certi personaggi orbitanti nella bottega magica, fosse forte - , ma preparare donne e uomini liberi alle materie oscure, per svolgere compiti specialissimi tra universi tangenti. Da favola e da brivido.

Seguendo le istruzioni sommarie del maestro, mi immersi lentamente nel fosso. L'acqua salmastra era fredda, densa. Con i piedi cercai il fondo, ma con mia grande sorpresa sembrava non esserci. Mi immersi fino alla testa e mossi le braccia e le gambe per rimanere a galla. Mi prese un po' di strizza. Poi, feci esattamente quanto mi suggerì Scandurra: abbassare la testa e piegare il dorso. Presi quanta più aria possibile e mi calai dentro quella pozza. Mi raggomitolai in posizione fetale. Dopo alcune decine di secondi, l'ossigeno nei miei polmoni si esauriva... non vidi più nulla. Buio pesto. L'erbaccia e chi sa cosa altro mi si attorcigliava addosso. Passai momenti di panico. Notai l'esaurirsi del mio spirito di conservazione: giacevo passivo e sconsolato in quel nero acquitrinoso. Non avevo reazioni. Ero come svuotato, inerte. E scendevo in direzione di un fondo che forse non c'era.
Un bagliore frontale, dapprima tenue poi più forte, mi indicò la via da seguire. Con una bracciata mi diressi verso quella luce brillante. Alzai la testa e distesi il corpo e toccai il fondo con i piedi; l'acqua mi arrivava al petto. Tornai a respirare l'aria. Tossii e sputai. Mi trovavo sotto una volta, alta non più di due metri, che dava in una galleria ascendente e illuminata da una qualche fonte non distinguibile. Mi inoltrai con circospezione. C'era un odore di bosco, sebbene non notai alcun tipo di vegetazione. Man mano che salivo l'acqua si abbassava, dopo alcuni metri non ve ne era più traccia. La galleria saliva con un angolo di 10/15gradi, il fondo era morbido, sembrava moquette; era larga circa un metro e mezzo, scavata nella roccia in maniera perfettamente levigata. Che fosse una costruzione artificiale non c'erano dubbi, ma chi l'aveva fatta?
Mi resi conto soltanto dopo alcuni minuti, che ero completamente asciutto; dalla testa ai piedi non c'era nemmeno una goccia d'acqua. Infatti, un leggero vapore caldo inondava la galleria e pensai che potesse dipendere da questo. Non vi erano rumori, nemmeno i miei passi sentivo. Sembrava tutto insonorizzato come in uno studio di registrazione atipico. Provai a fischiettare. Niente, non sentivo niente. Mi prese un po' di angoscia. Dove mi trovavo? Dovevo continuare a camminare? Verso dove? Cosa avrei trovato alla fine della galleria? C'era una fine? Cento domande mi affioravano, senza uno straccio di risposta. Non mi rimaneva che andare avanti, anche perché ritornare indietro, al punto in cui mi trovavo, non avrebbe avuto senso. Almeno così mi convinsi. Aumentai il passo. Sgombra la mente, Angelo. Mi sentivo bene, mi liberai dei pensieri molesti e affrontai l'avventura col giusto piglio. Avevo voluto la bicicletta...

Subentrò ad un certo punto un'idea, non del tutto campata in aria, visto che mi trovavo nel viterbese: ero in un camminamento sotterraneo etrusco. Ovvio pensarlo. Però, così come mi era venuta, scartai l'ipotesi. Conoscevo sin troppo bene il mondo etrusco. Questa galleria era moderna, illuminata non si sa da che cosa e questo, già di per sé, rendeva tutto enigmatico, lontano da vestigia note. La questione della luce che inondava tutta la galleria senza poterne individuare la provenienza, mi intrigava molto. Ricordai di aver letto qualcosa su fiaccole eterne presenti in gallerie segrete e cose del genere, concernenti i Rosa+Croce, ma un conto è apprendere queste cose a mo' di leggenda, con i “si dice, si racconta”, altra cosa è vederle di persona. Mi trovavo dentro un mistero. Mi venne la pelle d'oca e un certo senso di inquietudine.

Erano già passati dieci minuti d'orologio. Dell'orologio proprio volevo parlarvi. Una premessa. Sono sempre stato un appassionato di questi strumenti di precisione, sebbene le mie finanze non mi permettevano acquisti onerosi. Insomma, tra permute e risparmi, ero riuscito a procurarmi un Omega Speedmaster: uno degli orologi più precisi dell'epoca. Bene, dicevo che erano passati almeno dieci minuti, in realtà tale computo lo dovetti fare a istinto, perché la lancetta dei secondi del mio Omega andava visibilmente all'indietro. Sì, amici, all'indietro, ed erano passate secondo il mio cronografo, o meglio, anticipate, almeno due ore. Dove stavo? Forse quel vapore era tossico e mi procurava allucinazioni; oppure la mancanza di ossigeno durante l'immersione, aveva comportato delle alterazioni neurologiche, per cui in uno stato semi comatoso viaggiavo in chissà quale mondo della follia. Mentre elucubravo, inciampai in qualcosa e caddi in avanti, evitai una smusata per pochissimi centimetri, grazie alla prontezza di riflessi mi sostenni con le mani. Questo fatto mi convinse che non sognavo e non ero vittima di allucinazioni: sentivo il mio peso, il piccolo choc da caduta, insomma ero vivo e vegeto e presente a me stesso. Piuttosto, cosa mi aveva fatto cadere? Non vi erano gradini o sassi, niente che sporgesse dal suolo. Feci per rialzarmi e proprio di fronte a me, stava una porta rossa di spesso cristallo, rettangolare, priva di maniglie che chiudeva la galleria. Lasciava intravedere poco, oltre il vetro: forme in movimento. C'era al di là della porta qualcosa o qualcuno, comunque. Forme mobili, vive, quindi. Visto e considerato che mi trovavo lì, non fu né difficile né geniale decidermi di bussare e semmai di spingere la porta. Chi domanda non fa errori.

Mentre mi accingevo ad entrare, ricordai una basilare raccomandazione di Scandurra. Apriti al cosmo, mi ripeteva, e sentirai fluire dentro di te un treno d'onde. Il flusso celeste ti permetterà di entrare nell'ipersfera, nel baratro senza fondo. Cambiando la mia vibrazione e frequenza, potevo mettermi nelle condizioni ideali per entrare in contatto con qualsiasi materia. Conoscenza e prassi; diventare l'oggetto conosciuto; diapason vibrante con ogni cosa; estendere il mio campo di forza in ogni dove. Per conoscere bisogna identificarsi con ciò che si vuole conoscere. Annullare la distanza tra me e quello che guardo. Soltanto in questo modo, posso veramente comprendere. Il mio corpo diventava alchemico, si trasformava. Purtroppo tale trasformazione non era stabile. Richiedeva ancora del tempo. Già riuscire ad innescare mutamenti parziali, limitati, era comunque una condizione eccezionale. Come un'autoallucinazione, vibrava ogni cosa dentro di me, emergeva una nuova tensione. Non mi sentivo più sparso, disciolto in strutture psichiche e fisiche. Non ero più scisso, l'io retrocedeva nella serie cadetta, per lasciare il campo alla mia essenza. Diventavo la chiave-codice per oltrepassare la soglia...

lunedì 24 maggio 2010

IUS 16

Bancario tutta la vita? No, grazie, senza offesa per la categoria. Preferivo crepare come saltafossi, tentare l'impossibile, scoprire mondi, regni paralleli, sforare verso un intermundia oltre ogni ragionevole dubbio, che vivere e morire da nevrotico borghese. Riflettevo su quanto mi aveva confidato Scandurra: sgattaiolava tra dimensioni, aprendo e chiudendo botole, come lui le chiamava, verso un baratro senza fondo, affacciandosi oltre ogni barriera spazio-tempo, poteva così accedere in ogni dove. Notevole, che ne dite? Un Mandrake redivivo. Ma che dico: un dottor Strange, un John Silence, un Cagliostro rivisitato. Mah, tra personaggi letterari, maghi veri o presunti passati alla storia tra luci, poche, e molte ombre, è difficile far paragoni. Scandurra ripeteva di provenire da un'anonima talenti, radunata da un principe della cosiddetta nobiltà nera romana. Una gilda di persone, donne e uomini, dotate di straordinarie capacità paranormali. Eccezioni di natura che per qualche dinamica celeste specialissima, erano venuti al mondo con un compito più che con un destino. Avrebbero comunque dovuto scegliere.

Scandurra ci rendeva partecipi di una visione del mondo di tipo esoterico; aggettivo fin troppo abusato, da alcuni decenni a questa parte. Lui, negli anni settanta, denominava le sue dottrine “materie oscure”, perché esistenti fin dalla fondazione del mondo. E, vi devo confessare, sento con malinconia mista a fastidio, oggi, di “pischelli” spirituali che pontificano di guerre tra Luce e Tenebre, arconti e maghi, senza la benché minima cognizione ed esperienza di quanto vanno raccontando. Vedete, il tirocinio con Scandurra non aveva niente a che spartire con scuole alla Harry Potter, lontano anni luce dalla fumettistica marvelliana o dai manualetti acquariani; era un cammino sacro, con conseguenze radicali sulla nostra vita, produceva, infatti, reazioni fisiopsichiche sconvolgenti; l'impatto di quanto andavamo facendo e acquisendo, riguardava un vero e proprio trasmutamento, fino ad interagire col DNA. Devo dirla tutta, a scanso di equivoci e di aspettative facili: alcuni miei amici che inizialmente hanno “bazzicato” la bottega magica, sono fuggiti a gambe levate e denunciando temporanei disturbi fisici e mentali. Scandurra ci sottoponeva ad un iter pesante, inframmezzato con momenti beati, sì, ma niente era gratuito, tranne il Dono che a fine corsa ci trasmetteva. Lo voglio ulteriormente sottolineare. Amici, quando leggerete queste Cronache, capirete sin da subito che niente è facile sul cammino dello Spirito e della Conoscenza. Lacrime e sangue, ma pure gogna sociale, politica e religiosa. Oggi, non c'è più storia né memoria. Abbiamo dimenticato che da quando il mondo ha preso una piega cosmica siffatta, l'uomo libero è il mostro da perseguitare e uccidere. Lo dico e lo confermo: se volete imbarcarvi in un cammino iniziatico munitevi di mutande di bandone. Nei testi cosiddetti esoterici si glissa colpevolmente su questo pericolo. Non credete troppo al tempestivo aiuto da parte di angeli splendenti che vi porteranno in salvo da arconti birboni; non credete a chissà quali potenze cosmico-divine che vi sosterranno durante l'armageddon. Le cose non stanno come le raccontano. Ci sono ottimi eruditi e qualche volta pure qualcosina di più, che hanno scritto libri interessanti, a volte pure con dati autentici, su questioni esoteriche. Ho notato però che sono manchevoli spesso e volentieri, della pratica, della messa in opera, me ne sono accorto perché il morso del Drago fa male, eccome. Discettare di cose alte, iperuraniche ci riempie, certo, ci eleva, pure, poi, all'atto pratico, quando molto semplicementi ti metti a meditare, o meglio, cerchi di entrare in uno stato meditativo, ecco dietro l'angolo il fardello di paure, pensieri, desideri che ti paralizzano. E stiamo accennando solo all'inizio dell'opera. I mostri interiori sono i più duri da sconfiggere. Lì si trova la grande barriera corallina dell'ego. Impenetrabile. Oltre non si passa. Ho vomitato, defecato sangue e vecchi rifiuti chissà da dove riscappati, subito stati depressivi, incubi diurni e notturni, febbri, sconvolgimenti sensoriali: questo solo all'inizio della Nigredo, intaccando il nocciolo duro dello stato del mio essere. Chi chiacchiera di esoteriche vie; chi proclama trombonescamente di battaglie interplanetarie: in buona parte parla di cose che non conosce, di cose apprese sui libri e spesso mal digerite. Amici che leggerete queste Cronache, la Via è quasi impossibile da praticare, a meno ché non si incontra un folle che c'è passato prima. L'autoiniziazione non esiste, è un concetto new age, facilone e infondato. Diffidate di voci interne – Giovanna d'Arco era un'entronauta atipica e forse unica nel suo genere – che vi inducono ad iniziare il cammino, promettendovi ruoli epocali. Amici che leggerete queste Cronache, se avete nel vostro cuore un fuoco che non brucia e vi induce a cercare, seguitelo, ma preparatevi alla Vigilia delle Armi: sarà lunga e sfiancante.

No, decisamente, volevo provare direttamente il salto. Non poteva bastarmi una vita ordinaria, magari con una fede traballante, un'etichetta da appiccicarsi addosso senza brama, priva di pazzia, di fervore. Francesco d'Assisi abbandonò tutto quello che una vita agiata gli prometteva per unirsi anima e corpo a Dio. Un esempio sull'esempio di Cristo. Uno yoghi cosmico che operava in Umbria. Senza tentennamenti, senza passare per chiese e preti, senza compromessi. Del resto, Scandurra voleva questo da noi: lascia le vecchie credenze e convenzioni, metti sul piatto della Vita quel poco che credi di essere e libera i talenti latenti.

Di fronte a me l'occasione di vivere in prima persona l'incredibile. Avevo già visto cose di altri mondi e dimensioni. Avevo ben impresso nella memoria l'incontro con l'atlantideo, fratello in spirito di Scandurra. La cultura dominante, la religione di Stato, la scienza ufficiale, ci avevano tradito, riducendo il mondo e l'uomo ai minimi termini. Il maestro ci aveva aperto le porte, anzi, le botole verso altro, oltre lo specchio. Non avevo bisogno di alcuna fede, sapevo. Ora dovevo però fare il salto di qualità, buttandomi nel fosso. Già, sembrava una burla colossale. Ma la desideravo come l'aria. Immergendomi in quella melma, sarei passato dall'oscurità della coscienza ordinaria, alla luce della conoscenza. Esoterismo pratico, alchimia operativa, magia stellare... etichette, sempre etichette, per natura approssimative. Le materie oscure erano fatte di cose concrete, di formule funzionali, bisognava però immergersi completamente, saltare oltre la volta, portarsi al di là con quel poco o tanto che eravamo. Non c'è trucco non c'è inganno. I conti? Con se stessi, prima, col Drago, poi.

Spesso, ci facciamo un'idea di ciò che ci aspetta, magari prima di un esame, di un appuntamento galante, di un lavoro. Elaboriamo uno scenario capacie di includere anche l'imprevisto. È naturale, ma non sempre si avvera.

“Il corridoio di accesso è tutt'altro che ben sistemato. Bisogna che abbassi la testa e curvi il dorso. Dovrai ricorrere a miracoli di destrezza per posare i piedi lì.” Questo mi indicò Scandurra.
“Ma non glielo hai detto a Zac. Lui si è buttato alla cieca ed è andato tutto bene. Ora mi fai venire i dubbi...”
“Vedi che non sei pronto. Dai, ci ritorneremo un'altra volta.”
“Va bene, va bene. Farò come mi hai detto. Devo sapere qualcosa in più? Cioè, che fare quando mi troverò lì? Ma dove si trova lì?”
“Angelino mio, che vuoi la carta del Touring Club?”
“Ho capito. Mi immergo.”

giovedì 20 maggio 2010

IUS 15


Quella sera terminò così. Zac era euforico e corse verso casa, salutandoci. Scandurra tutto contento si stringeva al petto il giubbotto di pelle regalatogli dal suo allievo più promettente. Io? Ero in uno stato pietoso. Mi rodevo dall'invidia, ce l'avevo col maestro e poi, dell'avventura dell'amico, niente, tutto rimandato al giorno dopo.
Ma così non fu. Per ordine di Scandurra, su quanto accaduto in quel viaggio dimensionale, spaziale o come diavolo definirlo, il massimo riserbo. Perché mi lasciava così? Perché Zac e non io, era andato in quella missione? E, ancora, perché mi tenevano all'oscuro di tutto? Che il maestro avesse deciso di fare una scrematura tra i suoi fedelissimi? Queste e altre domande angosciose mi mulinavano in testa. Non ci potevo far nulla, non mi stava bene. Avevo dedicato a lui, giorni e giorni di massima attenzione, di pazienza, di sottomissione addirittura; gli avevo, come si dice dalle nostre parti, “portato l'acqua con l'orecchie”, ma tutto questo non bastava, no, non era sufficiente.

Passai notti insonni. Non mi ero più recato da Scandurra e cercai con tutta la volontà di pensare ad altro. Mi misi a studiare e a frequentare la Biblioteca provinciale. Ritornai ad allenarmi con la squadra di calcio del mio quartiere e mi riconquistai un posto da titolare. Le domeniche andavamo a giocare per il campionato e le trasferte diventavano vere e proprie avventure, tra tifosi assatanati e arbitri “venduti”. Insomma, ritornai al mondo reale.

Il morso della vipera non cicatrizza. Il mondo occulto ribussò alla mia porta. Una sera, insieme a mio padre, vedevamo la partita del mercoledì di coppa, dove era impegnata una squadra italiana contro una tedesca. A quei tempi il nostro era un calcio tattico fino all'ossessione, Gianni Brera sosteneva il modulo e auspicava maggior atletismo, ma era ben conscio che l'italiano aveva limiti ben precisi. Insomma, noi si giocava in contropiede e l'avversario ci assediava. Il portiere italiano diventava l'eroe della notte. Una telefonata ci fece trasalire. Andai a rispondere.
“Angelino che fine hai fatto”, era Scandurra con tono sardonico. “La notte è troppo bella per passarla davanti al televisore. Dai, ti vengo a prendere”. Ero tentato di rispondergli con un secco 'no'. Il richiamo della foresta era però più forte.

Ero deciso a tenermi sul distaccato forte, non volevo fargliela passare liscia. Ripensandoci oggi, mi viene da sorridere, ma il 1972 avevo 14anni e certe mie posizioni erano naturali. Scandurra guidava con la sua solita flemma, poteva benissimo chiudere gli occhi e zigzagare per le viette di Viterbo antica senza problemi. Uscimmo dalle mura cittadine e ci recammo verso la fontana del Boia. Vi confesso che il cuore mi stava per sfondare il petto dall'emozione. Accostò e scendemmo. Stavo per incamminarmi verso il fosso quando il maestro mi trattenne.
“Dove vai? Pensi di scendere laggiù? Ti senti pronto? Stasera volevo soltanto fare un giretto e bere da questo fontanile dell'acqua fresca. Tutto qui.”
“Ma Scandurra, mi hai fatto venire per farci una bevutina serale? Non capisco. Zac ha avuto una possibilità incredibile ed io rimango al palo. Non capisco che devo fare. Ci sono figli e figliastri, evidentemente. Se sono pronto? Questo lo stabilisci tu, ovvio, però ho diritto ad una spiegazione se non ti dispiace.”
Il maestro mi guardò nelle 'palle degli occhi', come soleva fare e dire, poi si umettò le labbra e si diresse in direzione del fosso. Lo seguii un po' crucciato e una punta di vergogna incominciò a salirmi da dentro. Con mia sorpresa, davanti al fosso, sostava una macchina di grossa cilindrata. Scandurra si avvicinò al finestrino e bussò. Due uomini, uno sulla cinquantina e l'altro che non aveva più di venti anni, si tirarono su da una posizione supina, seminudi. Il più grande abbassò il finestrino e impacciatissimo salutò Scandurra.
“Ciao carissimo, sai, stavo facendo vedere questo lotto ad un mio cliente... ehm, è intenzionato a comprarlo per costruirci.”
“Dottor Federici, il posto è proprio bello, specialmente di notte. Spero che il suo cliente non se lo lasci sfuggire. Ma vedo che le ha già anticipato un acconto. Bene, è meglio non perdere tempo. Dottore, un saluto alla signora e buonanotte”.
I due 'uomini d'affari', in fretta e furia, si ricomposero e sparirono nella notte alzando un polverone. Scandurra si mise a ridere alla grande. Conoscevo di nome il dottor Federici. Noto proprietario terriero e di diversi negozi al centro, democristiano doc e dirigente dell'azione cattolica provinciale. Insomma, un notabile influente e ascoltato nei salotti che contano. Certo, pur di fare buoni affari, era disposto a tutto. Mi rivenne il buon umore e risi col maestro.
“Copulavano, eh? Senza invidia.” Sentenziò Scandurra. Si accovacciò presso il fosso e come se pensasse ad alta voce pronunciò uno dei suoi teoremi:
“La Materia è così evanescente da diventare un buco, lo Spirito può riempirlo completamente perché è solido”.
La serata era fredda ma bella. Mi sentivo come riconciliato col maestro. Compresi che ero stato infantile. Possedevo dentro di me la sacra fiamma, non avrei potuto far altro che incamminarmi lungo i sentieri della conoscenza. Detto così sembro enfatico, ridondante, ma chi mi conosce sa bene che è la mia natura. Mai ho aspirato ad una vita borghese, ad una mentalità borghese, ad una fede borghese. La religione cattolica mi stava stretta, almeno quella che ho conosciuto sin da bambinetto. La liturgia, la preghiera, il rapporto col prete, mi apparivano esperienze fiacche. Non volevo sentir parlare di Dio e del Suo Regno, desideravo sperimentare, percepire. Non era orgoglio il mio, ma una sete inattenuata di assoluto, di segrete cose. La sacra fiamma per essere acquietata, pena la distruzione, deve canalizzarsi. Ringrazio il Padre Celeste che mi ha condotto il maestro a tempo debito. Non tutto quel che vidi, compresi. Non tutto quel che feci, imparai. Di tentativi ne feci tanti e di sbagli, altrettanti.

Dapprima l'odore proveniente dal fossato era insopportabile, poi cambiò. Diventava sapore, lo sentivo in bocca. Sapeva di metallo.
“Ti senti pronto?”, mi chiese di nuovo Scandurra.
“Credo di sì, però tu conosci meglio di chiunque altro, cosa sono in grado di fare.”
All'improvviso sentivo le gambe molli, la pancia mi bruciava... Mi rendevo conto in quel momento di quanto fosse difficile, incognito entrare lì dentro.
“Si fa presto a dire: esiste solo ciò che vedo. Si fa presto a dire: vedo solo ciò che esiste. Ma pochi dicono: proviamo. Vedi, Angelo, da giovinetto facevo parte di un'anonima talenti, una gilda. Gente con poteri non comuni. Il principe ci addestrò a rendere questi poteri utili, chiavi per accedere ad altre dimensioni. Ci indicò come trovare le botole che si affacciano su altri mondi. Alcuni di noi, forse per superbia o perché smisuratamente sciocchi, pensarono bene di modificare addirittura gli altri universi. Sembrava tutto pazzesco, ma anche drammatico. Un compagno sparì. Un altrò ritornò svalvolato e non si riprese più. Per me, da principio, il potere era una enorme scocciatura; vedere il destino ultimo delle persone, cambiare le cose, manipolare la materia, mi faceva alla lunga soffrire. Poi imparai ad usarlo per accedere e compresi il fine. Essere cittadino dei due mondi, pendolare senza scalo fisso, oltrepassatore di ponti, saltafossi: questi i compiti. Zac è tosto ma non è questo il suo lavoro, tu, invece, potresti ricevere la stessa consegna. Si fa sul serio, maledettamente. Dovrai rinunciare a molto, forse a troppo. Però, c'è sempre un impiego in banca che ti aspetta.”